Dibattito sul ‘68

By amicinave2008

Inserisco contributi al dibattito sul ‘68 giunti nei mesi scorsi da diverse fonti (Guzzoni – Gusmini – Bajo…)

IL SESSANTOTTO

Non sono molte le date della storia che hanno dato il nome al fenomeno che in quel momento si è manifestato ed anche ai suoi protagonisti, o ai suoi attori: è accaduto al Sessantotto e ai suoi epigoni, i sessantottini.

Un nome che rinuncia alla definizione non è propriamente una buona partenza per una voce di dizionario ma, d’altra parte, permette una analisi “aperta”, ossia senza pre-giudizi, di un fenomeno storico per molte ragioni ancora “attuale” sotto il profilo culturale e ideologico.

Delimito quindi l’analisi al Sessantotto italiano, senz’altro il più lungo sotto il profilo temporale e il più significativo dal punto di vista sociale e politico: il più lungo, perché mentre l’evento-simbolo del Sessantotto, ossia la rivolta del Maggio francese, con gli scontri all’Università della Sorbona, le barricate al Quartiere Latino e il blocco di ogni attività produttiva, perde rapidamente consistenza e vitalità, la stagione del Sessantotto italiano dura, con alterne vicende, fino al 1977; il più significativo, perché la pur imponente contestazione giovanile statunitense (che in realtà emerge già nel 1964 all’Università di Berkeley) manca di un definito progetto politico, mentre la Primaveradi Praga e altri movimenti di ribellione nei Paesi dell’Est comunista si scontrano subito con le particolari “attenzioni” dei carri armati Sovietici.

In Italia, invece, la contestazione ingrossa rapidamente le sue fila e viene presto innervata ed egemonizzata da nuclei e gruppi animati dall’ideologia socialcomunista, che organizza la lotta violenta al sistema.

I prodromi della rivolta

Come ha osservato Eric Voegelin, i fenomeni messanico-rivoluzionari di massa sono preparati da situazioni sociali di profonda inquietudine, che costituiscono il terreno di coltura dell’ideologia, intesa come sistema di miti che promette il raggiungimento della felicità “secolarizzata”, cioè totalmente infraterrena, attraverso l’azione politica.

Il fenomeno del Sessantotto italiano si sviluppa propriamente a partire da una diffusa situazione di insoddisfazione, soprattutto giovanile, derivante dalla disgregazione dei valori dominanti, progressivamente erosi da un modello di “società opulenta” incapace a sua volta di rispondere ad attese di profilo diverso dall’innalzamento del livello materiale di vita, peraltro ottenuto attraverso un disordinato processo di industrializzazione e di allargamento artificioso dei consumi, che aveva portato rapidamente ad una squilibrata espansione delle periferie urbane del Nord Italia e allo sradicamento culturale di ampie fasce della popolazione italiana.

In questo humus sociale carico di insoddisfazione e insieme di attesa di un “mondo nuovo”, liberato da costrizioni e ingiustizie, cresce il rifiuto della new wave of life vagheggiata dalla cultura liberal-illuminista predominante in Occidente, e accanto alle ribellioni comportamentali comincia a diffondersi, anche grazie alla paziente e spregiudicata opera di molti “cattivi maestri”, l’utopia della Rivoluzione comunista.

I due volti del Sessantotto: rivoluzione “in interiore homine” e rivoluzione politica.

Il carattere unitario del Sessantotto non va perciò ricercato in fenomeni di superficie, quali le occupazioni universitarie o le manifestazioni studentesche che ingenerano anche oggi ricostruzioni reducistiche da parte di nostalgici protagonisti (su tutte emblematica per faziosità quella di Mario Capanna, nel suo pamphlet Formidabili quegli anni, bensì in quella atmosfera di idee e di sentimenti che viene diffusa nel mondo giovanile fino a diventare culturalmente dominante.

Si tratta, in altri termini, di una Rivoluzione culturale, che ha espresso due tendenze fondo, e che possono essere così schematizzate:

- la prima tendenza può essere definita rivoluzione in interiore homine, che mostra il volto del Sessantotto a livello dei comportamenti individuali e collettivi; il tipo che la incarna è il rivoluzionario d’elezione: “la mia vita come rivoluzione”. Egli opera la rivoluzione rovesciando lo stile di vita dell’uomo naturale e cristiano, in un processo di progressiva distruzione di ogni legame vitale (con Dio, con gli altri uomini e con se stesso) fino all’esito coerentemente drammatico dell’autodistruzione attraverso la tossicodipendenza o il suicidio;

- la seconda tendenza si manifesta nella rivoluzione politica, che mostra il volto del Sessantotto a livello macrosociale: il tipo antropologico che lo incarna è il rivoluzionario di professione: “la mia vita per la Rivoluzione”. Egli realizza il suo progetto attraverso due vie: la lotta politica (anche) violenta; la lotta politica armata, cioè il terrorismo.

Queste due tendenze percorrono, talvolta intersecandosi e confondendosi, tutta la storia del Sessantotto, per ripresentarsi emblematicamente unite in quel “Movimento del ‘77″, che rappresenta il momento ultimo della contestazione giovanile. Ma l’unione ha vita breve: l’ala “desiderante”, che si esprime, per esempio, negli “indiani metropolitani”, svanisce nell’autodistruzione personale, nella droga e nel nichilismo; l’ala violenta, invece, espressa dall’area di Autonomia, sancisce il proprio fallimento andando a ingrossare le fila dei gruppi terroristici, nel frattempo decimate dagli arresti e dalle defezioni.

La tendenza che si manifesta nella ribellione politica ha assunto in Italia un ruolo preponderante. Il momento è favorevole: il desiderio di costruire il mondo nuovo e perfetto, liberato dalla ingiustizia e dalle disuguaglianze, trova nella teoria rivoluzionaria di Marx e di Lenin sia il modello utopico del futuro che la “tecnica”, cioè l’azione politica, per costruirlo infallibilmente. L’ideologia si arricchisce nel contempo di miti che, sapientemente propagandati, rafforzano la “fede” nella vittoria della Rivoluzione: la Resistenza, i vietcong, la guerriglia del Che Guevara e di Marighella, la Cinadi Mao.

In questo clima culturale nasce e si moltiplica il “rivoluzionario di professione”: nelle scuole e nelle fabbriche si aggregano e si disgregano in continuazione gruppuscoli di rivoluzionari.

Se l’eclissi dei valori tradizionali aveva progressivamente prodotto, dalla fine degli anni Cinquanta, i fenomeni di disgregazione del corpo sociale e quindi una atmosfera di profonda insoddisfazione e, insieme, di desiderio di un “mondo nuovo”, la nuova aggregazione attorno all’ideologia marxista-seppure ispirata a figure diverse, da Lenin a Mao, da Trotskj al Che- rifiuta il confronto con la realtà e, secondo un processo che aveva già caratterizzato la rivoluzione francese, produce teorie e slogan, afferma ciò che non può essere dimostrato, esorcizza il dissenso. In altri termini, produce miti da trasportare nella realtà per costringerla ad adeguarsi alle “analisi” distillate nei pensatoi rivoluzionari.

Si tratta di un dinamismo artificiale, perché produce esso stesso le affermazioni inverificabili e gli slogan che muovono all’azione gli attivisti; così lo descrive Marco Barbone, ex terrorista pentito, in una intervista – confessione raccolta da Avvenire: “[...] noi esistevamo e ci rapportavamo in base a discussioni politiche. Era il nostro universo, il microcosmo (cosa che verrà drammaticamente accentuata nelle organizzazioni combattenti), l’orizzonte dell’esistenza”.

Il pensiero viene “socializzato”, con il risultato che la politica diventa il mezzo infallibile per fare giustizia. Sabino Acquaviva, sociologo, nel suo Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia ricorda le parole rivoltegli da uno studente; “Tu non potrai mai capire – diceva – la sensazione di dominare il mondo, di fare definitivamente giustizia nel mondo, una piccola e specifica ma definitiva giustizia, colpendo chi si è macchiato di tanti delitti”.

Identificando etica e politica, il “rivoluzionario di professione” ha l’obbligo morale di fare trionfare i postulati dell’ideologia con qualsiasi mezzo. La mitologia della Resistenza fornisce gli esempi dell’”antifascismo militante” e così, tra la teorizzazione dell’annientamento fisico dell’avversario, l’atto di violenza e, in seguito, l’azione terroristica, non vi è soluzione di continuità: l’ideologia giustifica ogni comportamento e lo eleva ad atto morale.

Se qualcuno solleva problemi di coscienza, Lenin ne I compiti delle associazioni giovanili risponde per tutti: “Ma esiste una morale comunista ? Esiste un’etica comunista? Certo, esiste [...] per noi la moralità dipende dagli interessi della lotta di classe proletaria”.

Altri fattori si possono certamente invocare per comprendere quanto accadde: la tragedia della guerra tra giovani e la logica della ritorsione, le parole dei sapienti maestri dell’ideologia e degli utili idioti del momento, l’inerzia colpevole e la connivenza dell’autorità politica. Ma, anche senza negare la loro importanza, tali fattori non danno ragione del vero e proprio mutamento antropologico, che si è realizzato in quanti hanno incarnato l’ideologia del Sessantotto.

L’ “altro” Sessantotto.

Accanto alla contestazione di sinistra il Sessantotto in Italia conosce anche altri protagonisti, dal momento che il fenomeno rivoluzionario, pur diventando preponderante attraverso le sue avanguardie numerose e violente, non esaurisce lo scenario giovanile che, accanto alla larga maggioranza dei passivi, è composto altresì dalla contestazione di destra.

La destra giovanile, essenzialmete studentesca e aggregata inizialmente attorno alla contestazione al sistema, entra ben presto in antitesi con il progetto egemonico dei movimenti delle sinistre, e si caratterizza quindi come reazione anticomunista, individualista e antiegualitaria all’ideologia marxista, che si ridurrà progressivamente alla tragica guerra tra giovani, innescata dalla sistematica demonizzazione del “fascista” e quindi costellata da sanguinosi episodi di violenza.

Il comprensibile atteggiamento reazionario del “Sessantotto di destra” ne svela tuttavia il grave limite, ossia l’incapacità di elaborare e proporre un modello esistenziale e culturale diametralmente opposto al fronte libertario e marxista leninista, ma anche alternativo a quello proposto dalla cultura dominante, capace quindi di proporsi quale scuola di vita e di nuova civiltà.

Né, d’altra parte, migliore è la sorte del mondo cattolico che, frastornato dall’ “aggiornamento” conciliare e soffocato politicamente dall’egemonia democristiana, si lascia sedurre dall’utopia marxista: i suoi quadri dirigenti abbandonano in larga parte la Chiesae la base giovanile finisce in buon numero ad ingrossare le fila dei rivoluzionari di professione.

Il movimento cattolico, pertanto, perde nel Sessantotto un’occasione storica: di fronte alla debolezza della cultura liberal-illuminista e all’aggressione intellettuale e politica della rivoluzione marxista rinuncia a prendere l’iniziativa ed entra a sua volta “in crisi”, perde la memoria dell’originale pensiero cristiano, abbandona la dottrina sociale della Chiesa e diventa subalterno all’analisi sociale marxista, assumendo un atteggiamento di inferiorità culturale che ancora oggi produce i suoi effetti desolanti.

Il Sessantotto come Rivoluzione culturale.

Il Sessantotto si presenta quindi, nel suo aspetto più profondo, come una Rivoluzione culturale, che ha inciso sul costume e sui comportamenti sociali molto più che sulla politica.

Certamente il desiderio di un mondo nuovo, ossia l’aspetto utopico della contestazione, è stato sepolto insieme alle numerose vittime degli anni di piombo, e si è capovolto nella tragica disperazione di chi più intensamente ha creduto ai miti dell’ideologia e li ha visti dissolversi tra le “urla dal silenzio” delle vittime dell’esperimento comunista, oppure nel fallimento esistenziale dell’utopia libertaria.

Tuttavia, se l’utopia libertaria e l’ideologia marxista si sono frantumate nel confronto con il reale, la generazione del Sessantotto ha smarrito anche la memoria di quel patrimonio di verità individuali e sociali contenuto nella tradizione cristiana e già sfigurato dai modelli liberali e illuministici della “società opulenta”.

In questo modo, la secolarizzazione laicista è avanzata rapidamente anche in Italia ed ha potuto tenere il campo indisturbata, saldando in un’unica egemonia culturale progressista tanto le tendenze libertarie che quelle socialcomuniste, orfane del mito messianico-rivoluzionario.

D’altra parte, il Sessantotto ha mostrato inequivocabilmente l’incapacità della modernità, con il suo arsenale ideologico, di fornire risposte significative alla sua deriva nichilista, ed ha quindi reso evidente per contrasto l’esistenza di una alternativa reale alla dissoluzione personale e sociale: alternativa culturale e politica, questa, nè utopistica nè relativista, e percorribile attraverso la riscoperta dei valori che fondano l’uomo naturale e cristiano e la sua civiltà.

Enzo Peserico

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Anche tralasciando l’innumerevole produzione di articoli e filmati, la bibliografia sul Sessantotto è molto vasta. Segnaliamo quindi soltanto alcuni testi di orientamento.

Sulla storia del Sessantotto si veda: M. Brambilla, Dieci anni di illusioni – Storia del sessantotto, Rizzoli, Milano 1994; dello stesso autore, L’eskimo in Redazione. Quando le Brigate Rosse erano “sedicenti”, Ares, Milano 1991, significativa documentazione del ruolo assunto dalla “Repubblica delle lettere” nell’affermazione della rivoluzione culturale del Sessantotto.

Per una documentata analisi dei principali episodi di violenza e di terrorismo si veda A. Baldoni e S. Provvisionato, La notte più lunga della Repubblica. Sinistra e destra. Ideologie, estremismi, lotta armata (1968 – 1989), Serarcangeli 1989. L’opera contiene anche una discreta bibliografia sull’argomento.

Per approfondire il fenomeno del Sessantotto come rivoluzione culturale:

Sabino S. Acquaviva, Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia, Rizzoli, Milano 1979; AA.VV., Dov’è finito il ‘68? Un bilancio per gli anni 80, Ares, Milano 1979; si veda anche il mio Gli “anni del desiderio e del piombo”, in Quaderni di Cristianità, anno II, n° 5, Cristianità, Piacenza 1986.

 

 

14 Risposte a “Dibattito sul ‘68”

  1. vari Dice:

    IL PRE-’68

    68. Quel giorno in cui tutto cominciò
    Il 17 novembre di quarant´anni fa veniva occupata la Cattolica a Milano. Poi sarebbe stata la volta di Palazzo Campana a Torino
    (la Repubblica, SABATO, 17 NOVEMBRE 2007, Pagina 46 – Cultura)

    La protesta studentesca dilagò poi in tutto il paese, mentre molti elementi facevano sì che i conflitti fossero sempre più radicali

    GUIDO CRAINZ

    Iniziava quarant´anni fa l´anno accademico 1967-68 e il movimento studentesco si annunciava già a novembre, occupando il 17 l´Università Cattolica di Milano, e il 27 Palazzo Campana a Torino. Era il primo sbocco di una incubazione precedente e ad essa occorre guardare per comprendere il largo coinvolgimento di una generazione. Nella radicalizzazione successiva esso sembra dilatarsi al massimo ma si avvia poi al declino lasciando il campo a esperienze più ristrette, condizionate in modo crescente dai gruppi extraparlamentari sviluppatisi sull´onda e sulle ceneri di quel movimento.

    Nella scuola era cresciuta più che altrove la tensione fra le trasformazioni della società italiana e istituzioni rimaste chiuse e arcaiche. Fra il 1962 e il 1968 gli studenti universitari erano raddoppiati, mentre gli istituti superiori erano frequentati allora dal 40 per cento dei giovani di quell´età: erano il 10 nel 1951, poco più del 20 nel 1961. La scuola, invece, era rimasta uguale a se stessa. «Lo studente è un sacco vuoto da riempire, dall´alto di una cattedra, di nozioni già confezionate»: non lo dice un volantino del ´68 ma Gioventù, periodico dei giovani di Azione Cattolica, all´inizio del 1966. Quel 1966 in cui è processato il giornale degli studenti del Liceo Parini, La Zanzara, per una inchiesta su “cosa pensano le ragazze d´oggi”. Si diffondono in modo informale nuovi fermenti culturali, e Michele Serra ha evocato bene quel clima ricordando Fabrizio De Andrè: «Era il compagno di banco a imprestarti i suoi dischi, lo stesso che ti aveva fatto leggere Masters o Majakovskij». Nel 1967 i Nomadi portano al successo Dio è morto di Guccini, una denuncia dei miti di una “stanca società” e una speranza: «nel mondo che faremo dio è risorto».

    È un annuncio di ´68, in qualche modo, come quelli che avvertiamo nelle critiche crescenti al permanere della miseria nell´Italia del “miracolo” o alle contraddizioni della modernità. Non a caso i due libri centrali del ´68 italiano sono la Lettera a una professoressa di don Milani, una denuncia delle molte forme di emarginazione dei poveri, e l´Uomo a una dimensione di Marcuse, che ha un avvio fulminante: «Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata». Entrambi escono da noi nel 1967, e nel settembre di quell´anno Giorgio Bocca parlava così di una figlia di amici: «Mi sforzo di capire i caratteri distintivi della sua generazione. Ebbene direi, per cominciare, un rinnovato, prepotente bisogno di ideologia. Il nostro agnosticismo diretto all´utile e al comodo, il nostro tirare a campare non li soddisfa. A Roberta piace il Fidel che dice “voglio dare alla gioventù il disgusto per il denaro”, e le piace Guevara che combatte in Bolivia, si interessa ai neri in rivolta, ai vietnamiti in guerra e a ciò che si muove nell´India e nel sud Africa. Ed è questo l´altro carattere che distingue lei e quelli della sua età: l´interesse ai problemi del mondo e ai poveri del mondo». Nello stesso anno Umberto Eco descriveva nuove forme di impegno dei giovani: eppure, osservava, sono cresciuti a televisione e fumetti, «immersi in un bagno di comunicazione indistinta che – a detta degli esperti – doveva renderli insensibili ai valori».

    Gli articoli comparivano rispettivamente su Il Giorno e su L´Espresso, e questi stessi giornali fanno cogliere bene quel che si sta muovendo nelle Università. «Sono stanchi di copiare il Partenone», scriveva nel 1965 Camilla Cederna soffermandosi sulle Facoltà di Architettura, ove si avvertiva precocemente il contrasto fra una realtà in tumultuosa trasformazione e insegnamenti inadeguati. Un evento a sé apparve nel 1966 l´occupazione dell´Ateneo romano, mossa dall´indignazione per l´assassinio del giovane Paolo Rossi da parte di gruppi neofascisti, ma all´inizio del 1967 le agitazioni si diffondevano in molte altre città. «Non vogliono diplomi, vogliono una scuola», scriveva Il Giorno, e riferiva poi le ragioni degli studenti pisani di Fisica: «”Noi non vogliamo diventare degli scienziati che inventano l´atomica e poi si pentono”. La frase è drammatica ma assolutamente concreta. Sottoposti all´autorità del professore di ruolo gli studenti si applicano a una certa ricerca scientifica, ma non sanno a cosa serve. E vogliono saperlo». A Trento l´occupazione ha al centro il piano di studi della nuova Facoltà di Sociologia, e la discussione si allarga al ruolo del sociologo: “re-filosofo”, “consigliere del re” o ricercatore indipendente e critico? Spigolando fra i volantini del 1966/67: «Cittadini, lottiamo perché l´Università vi dia medici migliori»; «Imparare e insegnare argomenti vivi e attuali»; «Partecipazione degli studenti alla ricerca».

  2. vari Dice:

    da “Avvenire”

    Avvenire) Il ‘68 italiano nacque dai cattolici Data: Mercoledì, 14 novembre @ 07:00:00 CET
    ANNIVERSARI Quarant’anni fa la primissima occupazione di quel periodo definito¬ formidabile avveniva proprio nell’ateneo di Largo Gemelli. Ora dagli archivi salta fuori anche la foto inedita: con Capanna vestito da prete e il rettore preoccupato che lo sembri un po’ troppo…

    Sessantotto – Tutto cominciò alla Cattolica di Roberto Beretta

    Tutti i protagonisti di quel ¬caldo16 novembre 1967 erano ferventi cristiani: un giovane venuto dall’Umbria con in tasca la presentazione del vescovo (Mario Capanna), un rettore ex partigiano (Ezio Franceschini) e il commissario di polizia che sgombrò le aule nella notte (Luigi Calabresi)

    E alla fine, la foto saltata fuori: proprio com’era stata descritta. In mezzo c’é un giovanotto alto e magro, nerovestito, con microfono in mano: evidentemente sta parlando via altoparlante al piccolo drappello di giovani che lo circonda. In primo piano ma defilato sulla sinistra, sta invece un signore anziano, pizzetto e mani in tasca, il basco impermeabile in testa, aria leggermente scocciata. Sappiamo anche la data della storica istantanea: 16 novembre 1967, e il luogo: un angolo davanti all’ingresso dell’Università Cattolica di Milano. Il tipo allampanato ¬Mario Capanna, uno studente di Lettere che di lì a poco diventerà molto famoso; l’uomo pianziano¬ invece Ezio Franceschini, professore di latino medievale e all’epoca rettore dell’ateneo. Infatti la foto inedita é¬stata pubblicata – forse per la prima volta – nel volume commemorativo che la Cattolica, attraverso la sua editrice Vita e Pensiero, ha pubblicato l’anno scorso per celebrare il centenario della nascita del docente trentino destinato a governare (e a soccombere) al Sessantotto nell’università più precoce e turbolenta di quell’anno turbolento e impaziente. Il Sessantotto italiano, infatti,nato cattolico e un po’ prematuro proprio quel 16 novembre 1967 ed é stato battezzato immediatamente sotto le volte dell’ateneo di padre Gemelli, il primo ad essere occupato da 150 studenti che volevano protestare contro l’aumento delle tasse scolastiche e quella notte stessa sgomberato dalla polizia – chiamata da Franceschini – guidata da un certo Luigi Calabresi. Cattolico dunque il teatro della cerimonia e cattolici tutti i protagonisti: il rettore, il commissario e gli studenti, in testa quel Capanna che era venuto dall’Umbria a Milano con in tasca la lettera di raccomandazione del vescovo e una borsa di studio che gli permetteva di abitare nel collegio Augustinianum, insieme a una bella fetta dell’èlite giovanile della Chiesa italiana dell’epoca. E la foto ritrovata é un’icona perfetta di quelle origini: Capanna infatti non veste l’eskimo (il mitico indumento della contestazione giovanile), bensì un soprabito da prete, prestatogli da un amico sacerdote (si fa il nome del torinese don Piero Balestro, poi fattosi un nome come psicologo) perché piovigginava. Così il protagonista stesso ha descritto i fatti nel suo breviario degli anni formidabili:¬Mi piazzo di buon mattino all’ingresso dell’ateneo e per ore, da un microfono collegato a un altoparlante, informo gli studenti, che stanno entrando, di quanto bolle in pentola. Si avvicina il rettore e, come termino il breve comizio volante, mi chiede il microfono.
    Indicandomi, dice: ‘Badate, quello lì non è un prete’. Quindi spiega che l’aumento delle tasse è inevitabile.
    Torno a parlare io e ribadisco i motivi dell’agitazione.
    Reinterviene lui sempre precisando il punto del prete.
    Siccome pioviggina, indosso un impermeabile nero, lungo fino alle caviglie, prestatomi da un sacerdote assistente universitario. Abbottonato fino al collo, mi fa davvero sembrare un uomo di chiesa ed è la cosa, evidentemente, che preoccupa di più il rettore. Quarant’anni dopo – finalmente – la descrizione di Capanna ha trovato conferma nel bianco-e-nero di un’istantanea, che non riflette per altro alcuna dimensione epocale: l’unica tensione quella dei volti decisi dei due protagonisti, ma nessuno dei due certamente s’aspettava che da quella scintilla sarebbe divampato un incendio come quello del Sessantotto. Non un eskimo, ma un impermeabile da prete; non un megafono, bensì un amplificatore a colonna, come quello delle chiese; non dei barbuti capelloni, ma un giovane pettinato con la riga e con gli occhiali neri come avrebbe potuto averli un seminarista… Se Franceschini continuava a ripetere “Quello lì non è un prete”, un motivo c’era: sapeva bene che, a capeggiare la rivolta, avrebbe potuto esserci sul serio un sacerdote vero. Perché, agli albori del Sessantotto italiano, ci sono stati anche i fermenti del concilio Vaticano II, le impazienze sulla sua applicazione, le attese – giustificate o meno – di certi suoi sviluppi, le letture di tanti teologi alla moda dell’epoca, le discussioni di tanti giovani credenti¬ impegnati, anzi spesso i migliori, la créme più avanzata e colta del laicato, i quadri dirigenziali dell’associazionismo ecclesiale. Non per niente, quando il giorno dopo gli studenti della Cattolica organizzarono un corteo di protesta contro lo sgombero dell’ateneo, non si diressero alla prefettura, o a Palazzo Marino sede del sindaco, o verso altre mete simboliche del potere civile o sociale: bensì portarono gli striscioni sotto i balconi dell’arcivescovado, riconoscendo dunque nel cardinale Giovanni Colombo (che accetta di ricevere una delegazione di 4 giovani) il loro interlocutore legittimo. La contestazione studentesca, almeno in Italia, nasce senza dubbio cattolica. I suoi leader sono ragazzi che non hanno mai letto Marx, ma moltissimo Maritain e Rahner.¬Il primo inno del movimento – scriverà un testimone – fu Glory glory alleluia �, le citazioni in assemblea non erano né di Engels né di Marcuse, bensì di san Paolo e Giovanni XXIII… Non è retorica, o tentativo di riabilitare surrettiziamente il Sessantotto;¬la realtà di un movimento che – per lo meno agli inizi – non si poneva soltanto obiettivi scolastici (l’allargamento del diritto di studio) o comunque sociali, ma puntava più ambiziosamente a rinnovare la Chiesa. Tant’è vero che, prima della seconda occupazione della Cattolica (avvenuta il 5 e 6 dicembre 1967), l’assemblea trovò del tutto normale inviare in aereo un suo rappresentante – Nello Casalini, che poi diventerà frate francescano ed è uno dei maggiori esegeti viventi – addirittura in missione speciale in Vaticano. E ancor più sorprendente ¬che quello sconosciuto studente venne ricevuto, senza alcun appuntamento, dal numero 3 della gerarchia, il sostituto alla Segreteria di Stato monsignor Giovanni Benelli…
    Da una parte, dunque, un gruppo di studenti convinti che le loro istanze non potessero non essere considerate profondamente ¬cattoliche e conciliari; dall’altra un clero che, almeno agli inizi, si dimostra più che disponibile a discutere con quei giovani tanto sinceri e motivati. Paolo VI stesso – secondo la testimonianza del prefetto di Milano all’epoca, Libero Mazza – si consigliò sull’opportunità di salire lui in persona nel capoluogo milanese per far cessare i disordini nel diletto ateneo di largo Gemelli. Né gli studenti, per un certo periodo, lasciarono cadere il loro riferimento diretto all’establishment ecclesiastico: il 15 gennaio 1968, ad esempio, Capanna (già espulso dalla Cattolica) guida un sit-in in piazza San Pietro;Per noi Roma era la controparte reale, testimonierà in seguito. Persino durante la quarta e ultima occupazione della Cattolica, la più lunga (dal 24 maggio all’8 giugno 1968), che pure seguiva episodi in cui nei metodi dei contestatori si era abbondantemente manifestata la violenza e i cortei si erano trasformati in scontri con la polizia (la cosiddetta battaglia di largo Gemelli, data di nascita della guerriglia urbana in Italia, era del 25 marzo), si verificò quello strano connubio per cui rettore e dimostranti andavano a messa insieme e nella cappella universitaria si leggevano la Bibbia insieme ai testi di John Kennedy. Capanna, peraltro, era già approdato ad altri e ben più ideologici lidi (in una famosa intervista del 1969 sosterrà che anche picchiando i fascisti… si vive l’esperienza evangelica). Che cos’era successo? Da una parte la gerarchia aveva abbandonato ogni illusione di mediazione con i suoi pupilli, come una sorta di mosca cocchiera ritrovatasi a cavallo di una tigre ingovernabile, anzi si era ritratta per paura in un atteggiamento di chiusura e di reazione; dall’altra i giovani cattolici migliori avevano in larga parte dimostrato di non possedere la sapienza cristiana e forse la pazienza necessarie per salvarsi dalle rovinose utopie del momento, tra cui il tutto e subito. La rivoluzione si era dunque secolarizzata; il Sessantotto non era più cattolico.

  3. vari Dice:

    Il ‘68 alla rovescia del cattolico Messori ( una provocazione?)
    Venerdì 1 febbraio 2008
    Se un giorno avessero detto a Vittorio Messori che sarebbe finito ginocchioni, a baciare l’anello pastorale di due papi, e a farsela tra preti, vescovi e cardinali, non ci avrebbe creduto nessuno. Non lui, che nei suoi vent’anni era un mangiapreti e un liberal agnostico con simpatie per il Pci; né la sua famiglia, di fascisti emiliani non rinnegati; né soprattutto i suoi maestri laici all’università di Torino, città dove Messori è diventato grande. Gente del calibro di Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Luigi Firpo. Le premesse, gli studi, le frequentazioni, la formazione laica – se proprio di libri era destino che si occupasse – facevano di lui il candidato ideale alla scuderia dell’Einaudi. E invece è finito al soldo – fino a quando lo strepitoso successo dei suoi libri non lo ha affrancato dagli obblighi della redazione – delle Edizioni Paoline, quelle di Famiglia Cristiana. Sicché, nel suo caso (ammetterà volentieri anche lui) non si può dire che non ci sia stato un intervento deciso, ma proprio a gamba tesa, della Divina Provvidenza.
    La conversione di Messori è del 1964, quattro anni prima del mitico Sessantotto, di cui ora parleremo. Fu allora, per non dispiacere troppo ai Galante Garrone, ai Bobbio e ai suoi familiari, che Messori cominciò ad andare a messa di nascosto. «Fu l’inizio di un’avventura interiore. “Secretum meum mihi”, diceva Sant’Agostino: “il mio segreto è soltanto mio”. Così, anch’io, nel mio piccolo, rispondo a chi mi domanda come accadde. Intendiamoci però: io non ho mai rinnegato la cultura laica. Rifiuto il laicismo, l’ideologia. Io sono andato semplicemente oltre. Mi resi conto, a un tratto, che quella laica è una cultura insufficiente. Risponde alle domande penultime: quelle politiche, culturali. Ma non ha risposte per le domande ultime, sul senso della vita e della morte».
    Dopo una breve esperienza di redattore alla Sei, l’editrice dei Salesiani, Messori entra a Stampa Sera, direttore Alberto Ronchey. «Scampando a un destino da intellettuale», sorride accendendosi una sigaretta. «Quel che c’era di pittoresco, di gioioso, nel Sessantotto, durò una manciata di mesi. I motivi per protestare non mancavano, sia chiaro. L’università era un posto anacronistico, una baronia. La morale era spesso moralismo: consentiva a un Oscar Luigi Scalfaro di prendere a ceffoni le signore scollate al ristorante. O a Bernabei di mettere i mutandoni alle ballerine. Ma la stagione dei fiori, le joli mai, il bel maggio sessantottino durò poco. Poi venne il tempo del fanatismo ideologico; e a seguire, gli anni di piombo e della droga».
    Anche nei giornali, dove fino ad allora i direttori avevano regnato come monarchi assoluti (in redazione, alla Stampa, ci si alzava in piedi in presenza del Capo) il potere finisce nelle mani dei giacobini. Erano i Cdr, i Comitati di redazione, in quel permanente clima assembleare, a farla da padroni, a decidere i titoli e perfino le assunzioni. «E naturalmente i più estremisti erano i giornalisti figli della ricca borghesia torinese, così com’era stato al tempo della Rivoluzione francese, innescata dai borghesi agiati e progressisti e dagli aristocratici mimetizzati. Una minoranza, ma prepotente e violenta, di esagitati che un giorno, mentre Mirafiori bruciava per un attentato, salirono sul tetto della Stampa a brindare per festeggiare le fiamme in casa del padrone, l’odiato Agnelli che gli pagava il ricco stipendio».
    Di quegli anni, Messori ha un ricordo personale, così bruciante da meritare la combustione di un’altra sigaretta. «Andai a una conferenza stampa del fondatore di Amnesty International, Peter Benenson, che apriva una sede a Torino. La Grecia dei colonnelli, il Cile di Pinochet, ma anche il mancato rispetto dei diritti umani nei Paesi dell’Est. Questi i punti toccati da Benenson alla conferenza stampa. Scrissi due cartelle. Ma quando vidi il giornale stampato, mi accorsi che ogni riferimento ai Paesi del comunismo reale era sparito. Protestai col capo cronista, Ernesto Gagliano. Allargò le braccia e mormorò: “Che vuoi farci? Il Cdr ha letto e non ha approvato…”». Questa era La Stampa. Questo era anche il Corriere della Sera da cui scappò a gambe levate Indro Montanelli per fondare il Giornale.
    Un’ubriacatura che travolse anche la Chiesa. Ricordate la comica stagione dei «preti operai» in dolcevita antracite, che alla fine vennero cacciati dagli operai della Fiat perché rubavano posti di lavoro ai padri di famiglia? Protagonista eminente di quella bizzarra lettura proletaria del Vangelo fu il cardinale di Torino, Michele Pellegrino. È di quegli anni la lettera pastorale di Pellegrino intitolata Camminare insieme. Insieme con chi? Ma con i comunisti, ovvio. Messori scuote il capo. «Pellegrino, sant’uomo, studioso illustre di patristica ma senza esperienza pastorale, prese sul serio il mito della classe operaia, dimenticando che alla Fiat, perfino in quegli anni, gli iscritti al sindacato erano minoranza, e quelli della Fiom, minoranza all’interno della minoranza».
    Quando si intronò nel ruolo di arcivescovo, Pellegrino ricevette in dono dai fedeli, come voleva la tradizione, una croce pettorale d’oro. La vendette, destinando demagogicamente il ricavato agli «ultimi» e sostituendola con una di legno. «Demagogia o carità evangelica? Quando andò al suo Seminario, a Rivoli, venne accolto dai futuri preti, in tonaca, a pugno chiuso. Scandivano lo slogan che risuonava, come un mantra, nelle strade: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung!”. Io ero lì come cronista, li ho visti con i miei occhi». Risultato: nel giro di pochi anni il Seminario si svuotò, e l’immobile venne venduto. «Da allora – commenta Messori – la diocesi di Torino, che conta due milioni di battezzati, ordina due preti l’anno. Quando va bene. Quando va male, uno. O zero del tutto».
    È in quegli anni che il Gran Custode dell’abbazia di Maguzzano, l’unico giornalista ad avere intervistato due papi (Varcare la soglia della speranza con Giovanni Paolo II: trenta milioni di copie in 53 lingue, e Rapporto sulla fede con l’allora Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Joseph Ratzinger); è lì, nel Sessantotto e dintorni che Messori, «aspettando che il carnevale finisse», continua la sua lenta navigazione alla ricerca della verità del Vangelo. «Dalla Chiesa uscivano eccitate schiere di preti e di suore che avevano scoperto Marx, Freud, Nietzsche. Io, alle porte di quella Chiesa avevo bussato da poco, deluso proprio da quei maestri. In silenzio, lavoravo a Ipotesi su Gesù. Uscì nel ’76, nel pieno dell’ubriacatura cattocomunista. E in capo a due anni il libro vendette, solo in Italia, un milione di copie. Nelle classifiche, era primo nella saggistica. Nella narrativa svettava Porci con le ali di Lidia Ravera, ti ricordi?».
    Passeggiando nel chiostro del convento, prima di congedarci, gli domando qual è, secondo lui, il lascito del Sessantotto. Ci pensa un po’ su. Poi dice: «Tutte le rivoluzioni, dall’Illuminismo in poi, sono fallite. Con l’eccezione della rivoluzione sessuale. I ventenni del ’68 furono i quarantenni degli anni Ottanta, la generazione più edonista, sfacciata, egoista e allupata del secolo. Guarda lo sconquasso che ha portato nella vita affettiva, familiare, sessuale. Aumentando, credo, l’infelicità delle persone. Il 53 per cento dei matrimoni, a Milano e a Torino, finiscono in Tribunale. Mentre dall’omofobia pre-Sessantotto, che era deprecabile, siamo passati all’omocrazia odierna, in cui ti trascinano in Tribunale anche solo se parli di “normalità” per chi non è gay. Un nuovo conformismo. Una nuova inquisizione. Non è un bel guadagno».

  4. vari Dice:

    da “Il Giornale”

    «Ero troppo povero per fare il contestatore»
    da “il Giornale” del 26 febbraio 2008-

    Luciano Gulli, Nostro inviato a Udine

    Avendo bazzicato per 25 anni tra i matti del locale ospedale psichiatrico è naturale che Albino Comelli, come tipo umano, risulti un po’ sballato. I pensieri eccitati, l’eloquio convulso e febbrile, la testa in permanente marasma, occupata com’è da versi sciolti che aspettano di prendere forma compiuta di poesia, o da idee che andranno a corroborare uno dei quattro libri che ha in gestazione; la testa in pieno marasma, si diceva, ha bisogno di requie, di tanto in tanto.
    Allora lui, questo psicologo di 68 anni in forma come uno di quaranta, fa una di queste cose: afferra l’ascia e spacca un po’ di legna per il camino; vanga il suo orticino con la furia di un cercatore di pepite del Klondike; traffica con malta e mattoni o si lancia in furibonde pedalate per la campagna qui intorno, mentre le cinque galline che popolano il suo mini pollaio lo guardano con aria sbigottita, domandandosi quand’è che verrà il loro turno, visto che la mangiatoia è desolatamente vuota.
    Mens sana in corpore sano, dicevano gli antichi. Lui esemplifica: «Io lavoro con le idee, con la psiche, un guazzabuglio divino e diabolico. Una dimensione sdrucciolevole, elusiva. Ma se pianti un chiodo, hai un punto di riferimento concreto, stabile. Hai il chiodo e il martello. Si tratta di colpire il chiodo, e mandarlo giù. Rassicurante, no? Ecco perché ai miei pazienti raccomando la manualità, il commercio con la natura. E la serenità affettiva. Restare ancorati al principio di realtà è fondamentale».
    In questa piccola galleria di personaggi che hanno fatto il «’68 al contrario», il dottor Albino Comelli da Udine si è ritagliato il suo posto di prepotenza. Non era nessuno, in quegli «anni formi-dabili». E non è diventato una celebrità neppure dopo, nonostante la sua quarantina di pubblicazioni (tra saggi e poesie). Ma ebbe un’intuizione geniale, nel suo piccolo. Capì che era troppo povero per consentirsi il lusso di essere anche comunista; e che il tempo, per i poveri, «è un valore, è ricchezza. Mentre per i ricchi il tempo è prevalentemente noia. Ecco: capii che cercavano di portarmi via il tempo». Lui, i contestatori li prese in contropiede saltando a cavallo di un formidabile paradosso. Loro occupavano le università e volevano proiettare l’immaginazione al potere? Bene. Albino Co-melli da Udine studiava, si faceva un mazzo tanto sui libri. Non privo di una sua originalità, vero?
    Da Trieste, dove si era laureato in Scienze Politiche, Comelli passò a Torino. Era il 1969. Strada facendo, a Trieste, aveva capito che da grande voleva fare lo psicologo. E l’unico corso di specializ-zazione in psicologia (la prima facoltà vera e propria aprì i battenti dieci anni dopo, a Padova) era quello tenuto a Torino dalla senatrice comunista Angiola Massucco-Costa.
    «L’atmosfera, quando arrivai a Torino, era da pre-rivoluzione. Cortei, manifestazioni, barricate, sciopero generale. Ti guardavi intorno e capivi che l’epoca fervorosa del boom economico, l’ottimi-smo di una nazione che aveva appena cominciato ad assaporare la parola benessere era finita. Ed era finita anche l’allegria di noi studenti, la spensieratezza goliardica che avevo respirato a Trieste. L’università di Torino è dunque occupata, in segno di solidarietà con gli operai della Fiat.
    Una dopo l’altra, le facoltà chiudono. La direttrice del nostro corso, la Mazzucco-Costa, spinge per-ché anche noi ci uniamo allo sciopero. La sera prima dell’assemblea che deve certificare l’occupa-zione, io raduno una ventina di compagni di corso. Vengono da tutt’Italia, alcuni anche dalla Sicilia. Siamo tutti figli di povera gente. Sappiamo che la nostra unica speranza di riscatto sociale passa attraverso lo studio, la disciplina, l’applicazione. Basta, decidiamo di sabotare l’assemblea. Democraticamente, beninteso. Quando si va al voto, io propongo di mandare un telegramma di solidarietà agli operai della Fiat, ma chiedo che le lezioni proseguano regolarmente, in modo da non perdere l’anno. Si alzano le mani. Vinciamo noi, mentre la Mazzucco-Costa ci guarda esterrefatta».
    Ecco. La rivoluzione del Buon Senso contro quella della chiacchiera, del vaniloquio utopico ma rabbioso, dove le spranghe di ferro e le chiavi inglesi ebbero presto la meglio sulle idee.
    Albino Comelli nasce a Parigi, dove il padre Valentino, operaio in una fornace della banlieue, si era trasferito nel ’21. «Una famiglia grandiosa – la definisce il dottor Comelli -. Friulani nel midollo. A noi ragazzi insegnavano ad avere forza, coraggio, pazienza. E a fidare sulle nostre forze. Nel ’63, quando a Trieste mi diedero la bellezza di 360 mila lire di presalario, mio padre stramazzò. “Dove li hai rubati tutti ’sti soldi?” mi aggredì. E io: “Ma che rubati. È il presalario, papà”. E lui: “In che senso? Hai lavorato?”. “Ti dico di no. Il presalario lo danno agli studenti meritevoli ma con pochi mezzi”. Lui però non se ne faceva una ragione. “Non lavori e prendi i soldi. Com’è?”. Ecco, così era fatta quella generazione di italiani».
    Personaggio controverso, apprezzato per i suoi scritti e le iniziative culturali di cui è promotore, Comelli ha scritto di recente un libro (insieme con Francesca Tesei) in cui si dimostra che il mito di Giulietta e Romeo, reso celebre nel mondo da Shakespeare, ha in realtà origini friulane. Ogni primo lunedì del mese (e a contarli, ormai, questi lunedì son già 190), Comelli organizza al caffè «Bistrot» di piazza San Giacomo una sorta di happening in cui il pubblico diventa protagonista. «Una sorta di confronto fra i sentimenti e le idee del nostro tempo – spiega Comelli -. Il prossimo tema in discus-sione è: “Fede e scienza. Chi è che ci salva?”». L’idea di base è semplice. La gente non si incontra più in piazza. La vita se ne va stando incollati alla tele. Il lunedì al «Bistrot» si discute, come si fa-ceva una volta. Una specie di terapia, come l’ipnosi di cui Comelli, psicologo clinico, è stato uno dei primi praticanti. Venticinque anni di terapie, di analisi «coronate» da un intoppo non infrequen-te in chi fa il mestiere del dottor Comelli. Una paziente di 45 anni lo ha denunciato per molestie sessuali, e lui ci ha rimediato una condanna che non gli ha comunque fatto perdere il buonuomore.
    Nel salotto di casa Comelli beviamo un liquore di sambuco fatto in casa circondati da una messe di stampe che hanno per protagonista Napoleone Bonaparte. (…)
    Quando lo riporto al tema, e ai guasti che l’immaginazione al potere ha prodotto nelle coscienze di chi abboccò, Comelli punta il dito in due direzioni: la rivoluzione femminista e il disastro prodotto nelle relazioni tra genitori e figli.
    «Vengono da me, in analisi, dei ragazzi che hanno anche 28, 29 anni, e hanno una paura fottuta del-le donne. Quel modello di donna competitiva, aggressiva, che sfida il mondo maschile sul suo stes-so terreno è un modello ottimo per creare uomini impotenti e insicuri.
    Quanto all’educazione, guardi il disastro prodotto dal forsennato materialismo ed egualitarismo pro-pagandati da filosofi e scrittori come Sartre e Gide o da filosofi come Marcuse e i suoi confratelli della scuola di Francoforte. La guerra contro ogni sorta di autorità, compresa quella genitoriale, ha prodotto una generazione di sbalestrati, di sbandati. I padri devono essere amici dei figli, si diceva. Fategli fare quello che vogliono, ai figli, predicava Benjamin Spock, che era contro la pedagogia del ceffone. Una solenne fesseria. Si ricorda quel libro famoso di Erich Fromm, Avere ed essere? Propugnava una libertà, un’autonomia che in natura non ci sono. Certo delirio di onnipotenza dei giovani finisce per schiantarsi contro il guard rail della vita. A questi ragazzi mancano punti di ri-ferimento stabili. Il modello familiare pre ’68 aveva i suoi limiti, questo è sicuro. Ma quelli che si contestavano erano gli stessi padri e le stesse madri che col loro lavoro avevano dato vita a una so-cietà che ha dato vantaggi e creato benessere per tutti noi che siamo venuti dopo. Furono scherniti, vilipesi. “Quelli che non passeranno l’inverno”, li gabellavano gli studenti del maggio parigino. Roba vecchia, da buttare cioè».
    L’intervista finisce qui. C’è un principio di realtà, dalle parti del pollaio, che ci richiama alle cose concrete. Basta chiacchiere, dicono le cinque galline riunite in assemblea. Fuori il mangime.
    (7. continua)

  5. Aquilino Rota Dice:

    L’argomento del 68 riguarda molto la nostra generazione che come dice Gaber “HA PERSO ”
    E seguendo di fretta i commenti mi propongo di ritornare sullìargomento perchè per noi che ci ritroviamo come Amici di Nave , per noi ,che io continuo ad identificarci nella Scuola di Nave , per molti versi il 68 l’abbiamo iniziato a Nave ,con riferimenti specifici alle speranze e che gli studi ed i prodromi del Concilio ci suscitavano ,con riferimento alle sensibilità dei “segni dei tempi ” che ,pur filtrate ,ci giungevano tramite letture o insegnanti illuminati ( cito Don Bartolini e non solo ) .
    Comunque ,iscritto alla Cattolica ,per l’anno accademico 67/68 in Lettere e Filisofia , posso dire che al nacere del 68 io c’ero ( con Mario Capanna ), e mi ricordo bene della condivisione della prima protesta all’Universita nel 67 sul problema delle tasse ,banale partenza di contenuti molti più significativi ed alti che mi vien da dire “ancor non ci abbandonano “! Elencarli quei contenuti e riconoscerne l’attualità è dibattito aperto e se da un lalto “E’ SEMPRE MAGGIO ” dall’altro come ripeto con Gaber “LA NOSTRA GENERAZIONE HA PERSO “!
    Tutto è relativo ? Si, se relativo vuol dire indagabile, verificabile ed alla fine inverabile come comunicazione e come condivisione !
    In questo senso pongo il mio intervento su questo Blog rovesciando il titolo di uno di questii commenti “Ero troppo povero per fare il contestatore ” (ero troppo povero per fare il 68) Non è stato altrettanto vero “ERO TROPPO POVERO PER NON FARE IL 68 “‘? ( Ero troppo povero per non essere Comunista “) !
    Pongo questo rovesciamento non come provocazione ma come percorso di confronto e di indagine nell’opinione che il “RELATIVISMO”Non è mancanza di valori ma ricerca di valori ,non semplice pluralità ma anche confronto ,non solo tolleranza ma anche comunicazione e alla fine possibilità di condivisione più alta !
    Pongo al contributo di interventi graditi il mio titolo di confronto : ” ERO TROPPO POVERO PER NON FA RE IL 68″ dove “Povero ” può essere inteso anche nel significato evangelico 1

  6. giovanni guzzoni Dice:

    A proposito del Sessantotto…
    ho letto l’intervento sul ‘68 di Rota Aquilino ….. Alt! Ecco un vezzo, ormai desueto, che ho acquisito nel corso della nostra formazione salesiana d’antan: indicare le persone per cognome e non per nome, come si cominciò a fare a partire dal Sessantotto!!!
    Vorrei continuare lo scambio di opinioni sul ‘68, limitandomi però al campo scolastico ed educativo, che mi è più con geniale perché riguarda il mio lavoro di uomo di scuola (quattro lustri come docente di lettere RO e altrettanti come preside RO di scuola media statale).
    Nell’anno accademico 1968/69, quando Aquilino s’iscriveva a Lettere e Filosofia della Cattolica, io stavo per concludervi il mio curriculum, dovendo soltanto sostenere gli ultimi esami e terminare la tesi di laurea…
    Il mio giudizio, però, come ho argomentato in un precedente intervento, è negativo e, alla distanza, molto negativo… più o meno coincidente con quello espresso da “Il Giornale” del febbraio scorso (“Ero troppo povero per fare il contestatore”).
    In quegli anni, dopo la laurea e il servizio militare, insegnavo lettere. Autori “culto” (come si dice oggi) erano don Milani (Lettera a una professoressa, L’obbedienza non è più una virtù), Eric Fromm (Essere o Avere?), Dario Fo (Mistero Buffo) …
    L’autorità – degli insegnanti – era giudicata sorpassata, obsoleta, “antidemocratica” (En passant, allora nacquero una miriade di organismi scolastici “democratici”: insegnanti democratici, genitori democratici, studenti democratici…).
    Il sapere, trasmesso dagli insegnanti a scuola, era giudicato autoritario, fascista… Basta lezioni frontali (l’insegnante di qua e gli alunni di là) ma lavori di gruppo, ricerche di gruppo… discussioni di gruppo..
    La storia non aveva più uno svolgimento temporale (chessò, dalla preistoria all’età della pietra… dal medioevo al rinascimento, ecc.). No, la storia era “per problemi”, non diacronica ma sincronica… non era più in qualche modo “magistra vitae” (il progresso avanza per tentativi, alcuni riusciti altri meno, dagli errori c’è da imparare) ma doveva esaltare “le magnifiche sorti e progressive della classe lavoratrice e del suo portavoce ufficiale, che aveva già programmato tutte le tappe future…inarrestabili… come le tappe ferroviarie obbligate del treno della storia!
    Al posto dei voti (troppo oggettivi, avulsi dal processo formativo) … una valutazione coi giudizi descrittivi… Le bocciature degli alunni… da abolire per decreto legislativo… Gli insegnanti, laureati con voto “politico”, dettavano legge nei sindacati, sui giornali, nelle università…
    Basta, non voglio infierire più di tanto… ora, col senno di poi!
    Ma, 40 anni dopo, finalmente, si comincia a capire che una scuola “sessantottarda” non trasmette più il sapere, non educa più alla libertà critica e alla responsabilità, non premia più il merito ma promuove i furbi e gli ignoranti e in ultima analasi… ci taglia fuori dalla globalizzazione.
    Stiamo, lentamente, molto lentamente rimediando agli errori gravi del Sessantotto! Deo gratias!
    4 agosto 2008. Giovanni Guzzoni

  7. Giovanni Guzzoni Dice:

    Ancora a proposito del Sessantotto…e limitandomi al campo scolastico (sono e resto soltanto un uomo di scuola!)… vorrei riportare un passo di Giuseppe Conte sulle … conseguenze del Sessantotto (cfr. “Nostalgia dei prof di una volta che recitavano Dante a memoria” (da Il Giornale del 27.08.2008):
    “Sino agli anni Sessanta, la letteratura aveva ancora un ruolo decisivo nella scuola. Alle medie, si leggevano l’Iliade e l’Odissea, i due libri fondatori della civiltà occidentale, nelle due prime classi delle superiori l’Eneide e i Promessi Sposi.
    Il legislatore, chiunque esso sia stato, che ha cancellato la centralità di Iliade e Odissea per sostituirli magari con pagine sparse sulla pace e sulla fame nel mondo, ha compiuto in realtà un genocidio culturale.
    Senza Achille e Patroclo, Ettore ed Andromaca, Ulisse e Penelope, un ragazzo occidentale perde punti di riferimento capitali per il proprio essere, senza per questo diventare più pacifico e più solidale, come il dilagare del cosiddetto bullismo dimostra”.
    Considerazione personalissima:
    Non è che il cosiddetto “relativismo culturale” non nasca anche da lì?
    Chi non possiede una forte identità culturale e civile, se “dialoga” con le altre culture, non corre il rischio di perdere anche la propria? Meditate gente… Meditate gente.

  8. gianluigi Dice:

    Aggiungo anch’io un mio contributo: un intervento del banchiere (!) Modiano al meeting di Rimini, pubblicato sulla Stampa di qualche giorno fa: oltre alle legittime critiche agli eccessi del ‘68 credo che sia corretto sentire anche il vissuto soggettivo di persone che hanno partecipato a quei movimenti con grande entusiasmo e buona fede. Colgo in questo intervento diverse cose che personalmente condivido…

    Il banchiere e il ‘68

    Avevo 16 anni nel ‘68 e 16 anni erano pochi anche allora. Non mi sono accorto di niente: ne’ delle tendenze culturali, ne’ delle divisioni che stavano sotto quel movimento. Non avevo letto libri, ma appena i giornaletti. La storia di allora per me non e’ una storia di divisioni. IL movimento, per definizione, e’ una cosa che unisce. La bellezza e la forza dei movimenti non e’ nel fare la storia. Sono onde che nella storia si formano, a volte fanno disastri, a volte finiscono nella risacca. La storia siamo abituati a identificarla in numeri: ogni 10 anni si parla del ‘68. Ma i movimenti non fanno la storia. Non credo che la storia dell’Italia di oggi abbia a che fare con la storia di quel movimento. E’ diversa la storia del movimento vista da un diciassettenne o diciottenne o ventenne di allora, che non aveva letto i «quaderni rossi», non sapeva di Mao Ze-Dong, andava in chiesa. Era una storia di unione: la cosa bella del ‘68 e’ che ci siamo uniti, che si e’ unita una generazione, altrimenti non si spiega perche’ ancora ci si emoziona a parlarne. Ci siamo uniti su qualcosa d’importante. IL mio ‘68 non e’ cominciato con l’occupazione di Palazzo Campana nel ‘67 a Torino, quando tutti gli storici di quel periodo fissano l’inizio del ‘68 italiano. IL mio ‘68 comincia IL 23 agosto ‘63 quando ci fu la grande manifestazione a Washington per i diritti civILi, quella di «I have a dream». IL ‘68 europeo nasce da una situazione mondiale in cui una generazione ha cominciato a pensare che i grandi conflitti lasciati irrisolti dalla guerra non potevano che essere risolti pacificamente perche’ ce n’erano le culture e le risorse materiali. Era nata cosi’: IL dopoguerra, IL senso dell’ingiustizia, la ferocia dell’ingiustizia, l’inaccettabILita’ dell’ingiustizia in un mondo che cominciava a creare benessere. Questo nasce dai cuori, non nasce dai libri. Ognuno di noi ha le sue icone: per me e’ quella li’. Vedevamo i telegiornali e poi andavamo a letto dopo Carosello. Ai telegiornali ci colpivano i reduci del Vietnam, i ghetti neri che esplodevano, gli studenti e «I have a dream»: non una rivoluzione, ma un sogno, IL sogno americano, piu’ giustizia: questi eravamo noi. Una cosa nata tutta dal cuore e poco dall’intelligenza. Ci siamo uniti e abbiamo fatto un sacco di scemenze. Perche’ ognuno faceva per conto suo. A MILano quel che facevamo al Manzoni, al Parini, nell’Universita’ era diverso. Ognuno s’inventava qualcosa. Poi c’era lo slogan inventato Che Guevara: dovevamo fare cento, mILle Vietnam e io ricordo un corteo interno contro una sventurata professoressa di chimica, che insegnava male, si chiamava Basso, e IL corteo gridava: «La Basso sara’ IL nostro Vietnam». Eravamo in seconda liceo di un istituto di MILano. Mi ricordo un’assemblea del Manzoni, feroce, divertentissima: c’era una vacanza per l’anniversario della vittoria del ‘15-’18, e noi volevamo abolirla perche’ eravamo pacifisti. Abbiamo occupato la scuola, non abbiamo voluto fare la vacanza con i professori costretti a insegnare, facendo seminari piu’ o meno assurdi – perche’ ce li gestivamo per conto nostro – sull’orrore della guerra. A scuola ci si fermava coi programmi di letteratura a Giovanni Verga, con la storia prima del ‘15-’18, con l’arte prima degli Impressionisti: avevamo occupato la scuola alle 7,30 di mattina per studiare gli impressionisti. L’aula magna del Manzoni piena alle 7,30 di mattina. Questa era una forma creativa di lotta del ‘68, e quaderni e guardie rosse non c’entravano ancora niente. Era uno straordinario senso di unione, ha ragione Alberoni, era come l’innamoramento, tutto di cuore, e ci si divertiva pure. Non perche’ c’era IL libero amore, non me ne sono accorto. Ne’ ho mai visto uno spinello. Quello e’ venuto dopo. Picchiavamo quelli che partecipavano alle assemblee, che facevano le occupazioni con la canna. Eravamo bravi ragazzi, di buona famiglia alcuni, alcuni menati dai genitori. Ho fatto l’occupazione del Manzoni, sono tornato, mi ha portato via un poliziotto enorme, avevo appunto 16 anni. IL poliziotto mi ha trattato bene, mio padre me ne ha date un sacco e una sporta. E pero’ poi, tornato in classe, ero un eroe. Avevo un amico sionista. Diceva: «Io sono Davide contro Golia, e noi siamo Davide contro Golia». E’ dopo che i giovani hanno scelto di schierarsi. Io mi schieravo ogni giorno, sceglievo. Decidere se alzare una mano in assemblea o intervenire in un modo o nell’altro era una scelta personale. Poi litigavi con i tuoi compagni di classe. Questo e’ IL movimento del ‘68 che ci ricordiamo. I movimenti finiscono, normalmente finiscono male, perche’ e’ tale la carica di aspettativa, di speranza, di energia, che la storia non la contiene. E li’ comincia IL problema vero. In Italia IL movimento si e’ fratturato troppo presto e troppo male. Si’, quel movimento e’ finito con piazza Fontana. In Francia IL movimento era piu’ solido: hanno occupato la Sorbona, gli studenti hanno circondato la polizia che circondava la Sorbona. De Gaulle dice: «Per uscire dall’assedio sparate pure». IL prefetto di Parigi dice: «Io non sparo, anzi li ritiro». E’ stata una grande festa a Parigi, questo ha rILanciato un po’ IL ‘68, ma ha disinnescato una bomba spaventosa. Noi in quegli anni non abbiamo avuto IL nemico. IL 12 dicembre abbiamo visto che IL nemico c’era. Era un nemico brutto, era quello che aveva ammazzato Kennedy, allora sono gli stessi. Son quelli che vogliono male agli uomini, che hanno ammazzato Martin Luther King ecc. E si e’ manifestata la cattiveria. Lo scontro. E li ci siamo fratturati. Fra comunisti, estremisti ecc. E li’ abbiam perso la verginita’ e abbiamo perso IL movimento. Siamo diventati cattivi. Mario Capanna racconta «FormidabILi quegli anni». Quelli di prima erano stati formidabILi, dopo non lo sono stati piu’. Io credo che IL potenziale per renderli un po’ meglio ci fosse se non ci fossimo scontrati con un nemico strano, oscuro, cattivo. Quel movimento poteva crescere meglio. Dopo le bombe di piazza Fontana, l’Italia era sotto choc, lo choc collettivo piu’ grosso: era tutto grigio, buio, avevamo paura tutti. La polizia mise in galera uno studentello del Manzoni anarchico, e capite che cosa succede in una scuola. Bravissimo figliolo, in galera, 16 anni 16 o 17 anni. Proibite tutte le manifestazioni. Avevi visto «Zeta» di Costa Gavras, la Grecia dei colonnelli. E noi abbiamo detto: «Siamo li’» . E di fronte a quel siamo li’, per la verita’ IL movimento degli studenti, quello con la minuscola ha reagito molto bene. I funerali di piazza Fontana sono stati la prova che l’Italia ce la poteva fare. IL potenziale di unita’ collettiva intorno alla democrazia italiana, alle sue istituzioni, ai valori buoni che era ereditato da quel bel movimento, gia’ forte e maturo. E pero’ ci siamo divisi. Ci siamo incattiviti. Poi ognuno ha preso la sua strada. Me ne sono andato soldato perche’ non ne potevo piu’, non riuscivo a rimettere insieme i cocci del paradiso perduto e di un itinerario che non ti portava da nessuna parte. Scegliendo tra movimento studentesco, avanguardia operaia, lotta continua o… Ho alzato le mani, come tanti di noi. Resta nella vita anche dei cinquantenni quel sogno di prima. E’ buono o cattivo? E’ buono. E guai a pensare che fosse cattivo. Perche’ vorrebbe dire che non c’e’ speranza che si possa creare qualche cosa tutti insieme, al di la’ delle sigle e delle appartenenze, in nome di un progetto collettivo in cui riconoscersi. IL fatto che per un certo tempo sia stato o almeno si sia creduto possibILe in tutto IL mondo e’ un valore in se’, ingenuo, ma che fa bene, che migliora, piu’ di quanto non faccia l’alimentazione di rimorsi che non hanno giustificazioni. Io credo che quella sia la parte migliore di noi. *dall’intervento del direttore generale Intesa San Paolo alla tavola rotonda su «’68: un’occasione perduta?» al Meeting di Rimini

  9. gigi di libero Dice:

    ’68 40anni dopo

    Sento molte persone e leggo interventi giornalistici che si stanno schierando
    ◘ chi per festeggiare un avvenimento grandioso che ci ha donato libertà e ci ha fatto conquistare grandi traguardi di novità e di modernità
    ◘ e chi per vivere la speranza che si cancelli non solo tutto quello che il ’68 ha significato ma che, se fosse possibile, il ’68 stesso scompaia dal ricordo e dagli annali della cronaca e della storia: sarebbe infatti il responsabile di tutti i guai che oggi viviamo con non poca ansia e molte volte con nervosismo che sconfina in nevrosi e addirittura sconforto e disperazione.

    Ecco la litania che potrà certamente allungarsi:
     Libertà assoluta e incontrollata che crea caos e disordine sistematico e globale
     Giovani ribelli, violenti e arrabbiati… soli e disperati ma incapaci di amare e di essere amati… assolutamente negati a confidarsi e ad accettare il dialogo e i consigli di chicchessia che abbia superato i loro fatidici e fortunatissimi anni di assoluta ed eterna giovinezza.
     Figli che uccidono i padri e le madri e genitori che uccidono i loro figli
     Sesso sfrenato e senza nessuna inibizione e tabù… che rende tutti merce comprabile e carne in vendita… al di là e al di sopra non solo della normalità ma perfino del buon senso e, in ogni caso, di ogni limite…
     Famiglie sfasciate perché è stato approvato il divorzio, l’aborto, ogni forma di sesso libero, coppie i ogni genere e specie, amore libero, famiglie aperte, comuni…
     Scuola sfasciata, senza disciplina, rovinata dai bulli… e da insegnanti permissivi e che fanno fare quello che gli studenti vogliono e invece di insegnare li fanno partecipare, discutere, fare scioperi e rimanere ignoranti come non mai…
     Anche la chiesa ha imparato la contestazione di tutto e di tutti e non insegna più le cose di sempre… quelle giuste che fanno rigar dritti e impauriscono tutti per allontanarli dal male e dai peccati…
     Permissivismo a tutti i livelli…
     Tutto è vero e niente è vero… relativismo ad oltranza…
     Violenza politica e sociale… ogni tipo di sopraffazione… terrorismo di ogni colore… ribellione e rivoluzione in ogni settore della società… scioperi ad oltranza…. Tutti i diritti e nessun dovere…. Tutto e subito….
     Individualismo cieco e assoluto… faccio quello che voglio… sono il centro dell’universo…
     Consumismo cieco che non valorizza più niente… Voglia di novità che porta a consumare tutto e subito… solo compra e vende… e tutto viene consumato e bruciato… nulla apprezzato, valorizzato, gustato e interiorizzato…
     Vivi alla giornata:
    …il passato non ‘è più e certo non vale più oggi…
    …il futuro è invisibile, inesistente e si oscura ogni giorno più per dei terribili nuvoloni e temporali in arrivo…
    ….esiste solo il presente…. datti alla pazza gioia e a ogni tipo di sfrenatezza, di sballo e trasgressione… fa quello che vuoi finché puoi e hai ancora soldi e salute…

    Eppure a me pare che noi sessantottini abbiamo fatto due o tre sogni davvero rivoluzionari… vorrei dire con un richiamo stretto a ciò che annuncia il Vangelo: anche Gesù in molte cose ha sognato e ha vissuto come un vero, forte e coerente sessantottino!

    1. Il primo grande sogno è stata la “libertà” da ogni autoritarismo indegno e umiliante: dire di no, con tutte le forze, a chi usa e abusa dell’autorità per dominare, asservire e schiavizzare le persone e le coscienze.
    Forse per capire in profondità questo nostro sogno-aspirazione bisognerebbe rileggere quella incredibile pagina di F. M. Dostoevskij, ne I FRATELLI KARAMAZOV, La Leggenda del Grande Inquisitore.
    Ne riporto qualche brano più significativo, ma raccomanderei la lettura completa del testo:

    Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive.
    Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani.
    Questo è giusto, ma che cosa è avvenuto?
    Invece di impadronirti della libertà degli uomini.
    Tu l’hai ancora accresciuta!
    Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso.
    Ed ecco che, in luogo di saldi principi, per acquetare la coscienza umana una volta per sempre, Tu hai scelto tutto quello che c’è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla, e chi mai ha fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la Sua vita! Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo.
    Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te.
    In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un così terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità? Essi esclameranno, alla fine, che la verità non è in Te, perché era impossibile abbandonarli fra ansie ed angosce maggiori di come Tu facesti, lasciando loro tante inquietudini e tanti insolubili problemi.
    In tal modo preparasti Tu stesso la rovina del Tuo regno, e non darne più la colpa a nessuno.
    ………….
    Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli.
    E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, così si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo.
    Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”.
    Tu non scendesti, perché una volta di più non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio.
    Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore.
    Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi.
    Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato più debole e più vile che Tu non credessi! Può egli forse compiere quel che puoi compiere Tu? Stimandolo tanto, Tu agisti come se avessi cessato di averne pietà, perché troppo pretendesti da lui, e chi ha fatto questo? Colui che lo amava più di se stesso! Stimandolo meno, avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato più vicino all’amore, perché più leggera sarebbe stata la sua soma.
    Egli è debole e vile.
    ………….
    Tu sei fiero dei Tuoi eletti, ma Tu non hai che eletti, mentre noi daremo la pace a tutti.
    D’altra parte, c’è anche questo: quanti di quegli eletti, e di quei forti che avrebbero potuto diventarlo, si sono infine stancati di attenderli, e hanno portato e ancora porteranno su altri campi le forze del loro spirito e la fiamma del loro cuore, e finiranno anche per sollevare contro di te la loro libera bandiera! Ma questa bandiera l’innalzasti Tu stesso.
    Con noi invece tutti saranno felici e più non si rivolteranno, né si stermineranno fra loro, come facevano dappertutto nella Tua libertà.
    Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi.
    Ebbene, avremo ragione, perché ricorderanno a quali orrori di servitú e di turbolenza li conducesse la Tua libertà.
    La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti e li porranno davanti a tali portenti e misteri insolubili, che di essi gli uni, ribelli e furiosi, si distruggeranno da sé, gli altri, ribelli ma deboli si distruggeranno fra loro, mentre i rimanenti, imbelli e infelici, si trascineranno ai nostri piedi e ci grideranno: “Sì, voi avevate ragione, voi soli possedevate il Suo segreto e noi torniamo a voi, salvateci da noi medesimi”.
    ……….
    Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci.
    Perché se qualcuno più di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu.
    Domani Ti arderò.
    ………..
    – E come termina il tuo poema? – domandò a un tratto, con lo sguardo a terra, – o è già terminato?
    – Io volevo finirlo così: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda.
    Il Suo silenzio gli pesa.
    Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla.
    Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile.
    Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni.
    Ed ecco tutta la Sua risposta.
    Il vecchio sussulta.
    Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir più… non venire mai più… mai più!”.
    E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”.
    Il Prigioniero si allontana.
    – E il vecchio?
    – Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.

    2. Il secondo sogno che abbiamo avuto il coraggio di iniziare è l’opporsi deciso ad ogni uso della autorità come potere sulle persone a vantaggio di istituzioni vuote e disumane e interessi particolari e a volte egoistici.
    E qui il discorso si fa lungo e drammatico: mettere al centro la persona, al di sopra delle strutture e in un certo senso delle istituzioni, soprattutto come “apparati”.
    È il sabato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato…
    E scopriamo che lavorare per la libertà deve diventare lottare per la liberazione.
    I risultati non sono mai raggiunti totalmente; le ingiustizie e mistificazioni sono ricorrenti e minacciano quotidianamente ogni nostro sogno e speranza…
    E nessuno è esente da errore e compromessi, né tanto meno sicuro di essere un puro… e pertanto deve disporsi ad una umile autocorrezione continua…
    E qui chi è senza peccato, scagli la prima pietra!

    3. E di conseguenza abbiamo coltivato il sogno di poterci sempre ribellare alle finzioni, alle doppiezze, alle ipocrisie, al perbenismo, ai sotterfugi: in definitiva alla paura di chiamare le cose per nome per ricercare seriamente la soluzione dei problemi, dopo una loro accettazione vera e matura.
    Uscire dalle scorciatoie umilianti di sotterfugi e giri di parole per nascondere, fingere, evitare di discutere e di ricercare sbocchi nuovi e creativi anche se impegnativi e portatori di sofferenze e cambi dolorosi.

    4. E ancora il sogno di uscire decisamente da diplomazie affettate e subdole e cerimonie artificiose, fatte non per ricercare la verità delle cose e delle persone, ma per prendere tempo, prolungare, nascondere, far passare il tempo, sopire, imbrogliare, non causare fastidi, non rompere la pace affettata e superficiale….

    Qui si apre un grande capitolo di riflessione sui tantissimi e scandalosamente allarmanti problemi che stiamo soffrendo insieme
    ◘ per coglierli nel loro vero significato e nelle reali radici che li producono e rigenerano continuamente…
    ◘ per rendersi conto se sono davvero frutti dei nostri sogni del ’68 o sono piuttosto frutto del male che si insinua nel cuore dell’uomo e delle generazioni…
    ◘ e, infine, per decidere se basta sopprimere il ’68, e tornare indietro in usi e costumi, per trovare la soluzioni giuste o se non si tratti di doversi davvero incamminare sulle strade del Vangelo e della Croce per trovare una progressiva e autentica liberazione che sfoci in salvezza.

    In questo ultimo caso il problema sarebbe non di esorcizzare ciò che abbiamo vissuto ma avere il coraggio di educare e amare sul serio… soprattutto i giovani, direbbe Don Bosco.

    Rimane comunque vero e in certi casi scandalosamente vero, secondo me, che i sessantottini non hanno saputo interiorizzare e difendere coerentemente i grandi valori per cui avevano battagliato e lottato.
    Si sono lasciati corrompere da compromessi, falsi problemi e apparenti soluzioni.
    E hanno tradito se stessi e i grandi sogni per cui avevano fatto una rivoluzione epocale…

    E quindi oggi ci sono ancora tanti problemi da risolvere e tante battaglia da fare per una libertà che ogni giorno dimostra di essere una liberazione piuttosto che una conquista… tanto meno definitiva….

    E, credetemi cari amici, non sto parlando degli altri sessantottini: mi metto in cima alla lista…. Sono forse il primo che non ho saputo nella mia vita valorizzato con coerenza e fermezza i grandi sogni che ho fatto con gioia nel sessantotto… e non ero solo…. Ero in buonissima compagnia… non pare anche a voi? O voi non c’eravate?

    Che ne dite?

    don gigi di libero sdb

    SALESIANUM DON BOSCO, Via Conciliazione, 98, 22100 COMO – TAVERNOLA
    gigidilibero@gmail.com

  10. Giovanni Guzzoni Dice:

    Sessantotto/10
    Don Gigi di Libero sdb sostiene che “i sessantottini hanno fatto sogni epocali come lottare contro l’autoritarismo, opporsi all’autorità intesa come potere e non come servizio e ribellarsi al perbenismo. Ma questi grandi sogni – conclude amaramente – sono stati traditi dai 68ni (nella cui cate-goria, è stato arruolato anche Gesù, “vero forte e coerente sessantotti-no”!). E conclude “oggi ci sono tante battaglie da fare per una libertà che ogni giorno dimostra d’essere una liberazione piuttosto che una conquista … tanto meno definitiva”.
    Ah, la dolce ala della giovinezza! Arrivati alle soglie della vecchiaia, quan-do ci voltiamo indietro, gli anni giovanili ci appaiono belli, stimolanti, attra-versati dagli eroici furori di cambiare il mondo … sogni palingenetici … che il procedere dell’età – ahimè! – ridimensiona e cala negli inevitabili compromessi della vita adulta di tutti i giorni.
    Sulle parole di don Gigi, vorrei fare un paio di considerazioni: una di metodo, l’altra di sostanza.
    Quanto al metodo, io non sono portato a vedere e giudicare il mondo in bianco/nero ma so apprezzare la ricca gamma delle sfumature… Ricordo un vecchio adagio che recita: “Parum affirma parumque nega, frequenter distingue”. Perciò, a mio parere, non tutti i mali dell’attuale società discendono dal Sessantotto (come credono i “nemici” del ’68). Per converso, questi mali non sarebbero scomparsi come neve al sole, qualora il ’68 si fosse “inverato” (come credono gli “amici” del ’68).
    Quanto alla sostanza, questo è il mio giudizio “sintetico” sul ’68.
    Il Sessantotto è nato come sana protesta contro l’autoritarismo( inteso come degenerazione del principio di autorità), contro una università vecchia, dominata dai “baroni”. In seguito, però, si è trasformato – per iniziativa della Sinistra – nella contestazione globale: dall’università alla scuola, dalla famiglia alla società intera, sfociando in alcuni fenomeni degenerativi che hanno impedito – e in parte impediscono tuttora – alla società italiana di evolvere gradualmente verso una democrazia matura e responsabile…
    Infine – conclude don Gigi, da indomito reduce sessantottino – “bisogna fare la battaglia quotidiana contro l’autoritarismo ( di chi ci governa nell’anno di grazia 2008?) ”.
    Se questo è il pensiero di don Gigi (e dei reduci sessantottini)… beh, io, questa battaglia di scalfariana memoria (“resistere, resistere, resistere”) , la lascio combattere alla parte politica che si riconosce in “La Repub-blica”, “L’Unità”, “Il manifesto”, “Liberazione” “Famiglia Cristiana” …
    Naturalmente, chi scrive non la pensa così. Cordialmente. Giovanni Guzzoni

    PS.- Naturalmente, da uomo di scuola, sono d’accordo sul voto in condotta, gli esami di riparazione, i voti numerici nella scuola media, la reintroduzione dell’educazione civica e il maestro unico alle scuole elementari. Come s’è capito, tifo sfacciatamente per la Gelmini (bresciana come me!)….

  11. Aquilino Rota Dice:

    LA NOSTRA GENERAZIONE HA PERSO …MA IL 68 HA VINTO |
    Questo commento mi viene dopo aver letto i precedenti 10 commenti sull’argomento ed i molti articoli nell’occasione dei 40 anni dall’avvenimento .
    Mi sono rimasti emblematici gli interventi sui giornali di Alberoni e di Sanguineti .Il primo sul Corriere nella rubrica “pubblico & privato ” conclude”il problema di oggi… ( a differenza di allora ?)…è il bisogno di certezze, di sicurezza attraverso la costruzione di un ordine mondiale ,di un apparato dello Stato rigoroso ed efficiente,di una economia solida , di un ethos pubblio e privato ”
    Chi abbia conosciuto l’Alberoni allora docente di sociologia alla Cattolica ed all’Università di Trento non può non rimarcare il cambiamento di visione dei fatti e degli avvenimenti a distanza di anni e di età.
    Così Sanguineti rimpiange i frutti non maturati da quelle aspirazioni per concludere con Tomasi di Lampedusa ” Noi fummo i gattopardi i leoni ,quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacallie le iene”!
    Forse non s’è recepito che il 68 è stato qualcosa di più di un cambiamento ,qualcosa di più di una stagione !
    Mi sembrava troppo ma sono stato contento che l’accostamento della figura di Gesù al 68 , fatta da Gigino di Libero ,l’abbai risentita in una trasmissione televisa di Augias da parte di Don Mazzi dell’Isolotto di Firenze che per rendere l’idea della Resurrezione e del senso del Risorto ha trovato proiprio come esempio esplicativo lo spirito e l’evento del 68 !
    Monsignor Simone Giusti vescovo do Livorno conclude il suo pensiero sui movimenti anche guiovanili di oggi dicendo “La fantasia al potere oggi è ancora possibile . Basta crederci e noi crediamo sopra ogni cosa “……
    in senso religioso e perciò in senso autenticamente umano e universale come si può leggere nella forza che ha condotto all’affermazione il programma di Speranza e di Visione di Obama nel contesto complesso della potenza e della fragilità dell’ America e del Mondo nei nostri giorni ,che non sono quelli del 68 ma che non si possono capire senza il 68 !
    LA NOSTRA GENERAZIONE HA PERSO, MA IL 68 HA VINTO !

  12. Giovanni Guzzoni Dice:

    Giovanni Guzzoni/Sessantotto/12 -
    Ai volonterosi che seguono – e arricchiscono – la “chiacchierata” sul Sessantotto, vorrei offrire qualche considerazione estemporanea, dettata dall’attualità. Il Ministro della Pubblica Istruzione – che non nomino per non urtare la suscettibilità di nessuno! – sta tentando di “riformare” il sistema scolastico con l’iniezione di parole “eversive” come “razionalizzare la spesa”, “rendere più trasparenti i concorsi universitari”, “premiare il merito dei lavoratori statali”, “rendere gli studenti più responsabili delle proprie azioni”, “disboscare consolidate baronie universitarie”… Alt! Al mio orecchio, l’espressione “baronie universitarie” suona familiare… Ah, sì, ora ricordo: era uno dei magici totem del Sessantotto: “combattere l’autoritarismo dei baroni universitari”!
    Detto questo, mi suona un po’ bizzarra l’asserzione di Aquilino: “Il Sessantotto ha vinto!”. Ora, se il Sessantotto avesse vinto, da lunga pezza dovrebbe essere stato raggiunto uno dei suoi obiettivi qualificanti… e le odiate baronie universitarie, col loro codazzo di favoritismi sfacciati – cattedre assegnate a figli, mogli, amanti, amici, parenti vari – essere state spazzate via dalla faccia della terra. Purtroppo, però, la realtà ci dice che non è così. Di conseguenza, devo inferire che Aquilino usa il termine “Sessantotto” in una accezione “altra”, “diversa”, che attiene ad un piano “meta-storico”…
    Come allo stesso piano “meta-storico” appartiene un altro totem del Sessantotto: “la fantasia al potere”… Mah! Al mio orecchio, suona come un cavallo di battaglia degli anarchici… E mi ricorda, da vecchio insegnante di Storia nella scuola dell’obbligo, l’esaltante esperienza di D’Annunzio e soci con la “Repubblica del Carnaro”, anno di grazia 1920. Ai “laudatores” del Sessantotto, consiglio di leggere su Internet la “Carta del Carnaro”… scopriranno – con una punta d’invidia! – che i Sessantottini non sono stati originali ma hanno copiato spudoratamente D’Annunzio e soci! Quando si dice che “la storia è maestra di vita”, come diceva l’antidiluviano Cicerone! Ma non voglio infierire.
    Piuttosto, mi piace concludere questa “ciacolata”, richiamando alla mente di chi l’avesse dimenticato (e io non l’ho mai fatto!) un ammaestramento che tutti abbiamo appreso studiando “Filosofia” alla “Scuola di Nave”… Prima di iniziare una discussione, gli scolastici medievali chiarivano “l’accezione delle parole” che avrebbero usato: un’onesta operazione preliminare chiamata “explicatio terminorum”! Non so voi, ma io, quando assisto ai dibattiti televisivi, talvolta mi accorgo che famosi giornalisti… “menano il can per l’aia”! Ah, se avessero frequentato la “Scuola di Nave”! Colgo l’occasione, per porgere i più cordiali auguri di Buone Feste

  13. Aquilino Rota Dice:

    IL SESSANTOTTO E’ ANDATO ALLA SCALA E L’HAN FATTO ENTRARE !
    L’ inaugurazione della stagione della Scala di quest’anno 2008 sarà ricordata non per la “prima” del Don Carlo di Verdi del giorno di S. Ambrogio il giorno 7 dicembre ma per la “prove definitiva ” del 4 dicembre aperta ai giovani sotto i 26 anni . Seduti nel palchetto reale da 200 euro con la spesa di 10 euro tramite la prenotazione in internet hanno apprezzato l’opera di Verdi ragazzi e ragazze in gins e maglietta senza incappare in contestazioni a base di uova e di vernici comne ai tempi di Capanna incapparono le pellicce e le parur delle autorità e dell’alta borghesia milanese!
    Il sessantotto è stato qualcosa di più di un cambiamento e infatti ha lasciato il segno, IL SEGNO DEL POTERE DELLA FANTASIA !
    Quanto all’Università è vero che il 68 non è ancora entrato perchè è uscito dall’Università . dalla Cattolica e dalla Sorbona per dire sulle piazze : “Tutte le Rivoluzioni che volete ma i Padroni , i Banchieri, I Generali ci saranno sempre ” e dunque anche i Baroni ed i Ministri !
    Non per questo rinunciamo ad augurare l’ Anno Nuovo , a sperare nell’Anno che verrà, perchè sappiamo che così non va !
    E questo è 68 nonostante i suoi 40 anni e sicuramente per altri molti 40 anni ! E dunque Buone Feste e Buon Anno a tutto il Blog 1

  14. Gi.Gi Dice:

    GiGi/Sessantotto/14 -
    Leggevo, in questi giorni frizzanti di metà inverno, l’intervista a Giancarlo Cesana, leader laico di Cl/Comuninione e Liberazione, su Eluana Englaro, quando sono incappato… nel Sessantotto! Mi sono imbattuto in alcune considerazioni “meta-storiche” sul “mitico” movimento rivoluzionario che ha segnato la ns giovinezza … tanto che ho pensato bene di affidarle al ns. blog (e ai pochi volonterosi che ancora lo leggono!).
    Afferma Cesana: “Mi colpì molto, quasi vent’anni fa, l’aggettivo che don Giussani (nb.: fondatore di Cl), in un’intervista al Corriere della Sera, usò per descrivere l’Italia: paese “intossicato”. Da questa intossicazione non siamo ancora usciti”.
    “Perché?”: chiede l’intervistatore.
    “Perché con il ’68 è stata pesantemente attaccata la tradizione del paese, cattolica, poiché l’Italia è un paese cattolico, senza che sia emersa un’alternativa. Anzi. L’alternativa rivoluzionaria che anche in Italia si è cercato di costruire a partire dal Dopoguerra e che nel ’68 sembrò a portata di mano, è crollata con il crollo del Muro di Berlino. Ha lasciato in eredità un giustizialismo tanto pervasivo quanto impotente, con la stessa crudele inefficienza della pubblica amministrazione (…)”.
    E’ solo un assaggino.
    Chi vuole leggere l’intera intervista, può farlo sull’edizione “on line” de “Il foglio” di Giuliano Ferrara, di “Tempi” (“settimanale di cronaca, giudizio, libera circolazione di idee”) oppure sul blog “Camillo”.

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