Archivio per Dicembre 2008

Documenti su Pio XII – da Gusmini

Dicembre 15, 2008

Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro

Il 5 giugno 2007, nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, si è svolta la presentazione del mio libro “Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro” (Mondadori, 661 pagine), uscito il 22 maggio. Questo è il testo dell’intervento del cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano.

1. Una leggenda “nera”

La figura di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII, è al centro ormai da decenni di accesissime polemiche. Il Pontefice romano che guidò la Chiesa negli anni terribili della Seconda Guerra Mondiale e poi della Guerra Fredda è vittima di una leggenda “nera”, che ha finito per affermarsi al punto tale da rendere arduo scalfirla, anche se i documenti e le testimonianze ne hanno ampiamente provato la totale inconsistenza. Una delle spiacevoli conseguenze per così dire “secondarie” di questa leggenda nera – che dipinge falsamente Papa Pacelli come indulgente con il nazismo e insensibile alla sorte delle vittime della persecuzione – è l’aver fatto completamente dimenticare lo straordinario magistero di questo Papa che fu il precursore del Concilio Vaticano II. Come è accaduto per le figure di altri due Papi con lo stesso nome – il beato Pio IX, del quale si parla soltanto in relazione ai temi legati alla politica risorgimentale; e san Pio X, spesso ricordato soltanto per la sua strenua battaglia contro il modernismo – anche per Pacelli si rischia di ridurre tutto il suo pontificato alla questione dei suoi presunti “silenzi”.

2. L’attività pastorale di Pio XII

Sono qui, pertanto, questa sera, per dare una breve testimonianza ad un uomo di Chiesa che, per la sua santità personale, risplende come luminoso testimone del sacerdozio cattolico e del Supremo Pontificato. Non che non avessi già letto molti ed interessanti saggi sulla figura e l’opera di Papa Pio XII, dai notissimi Actes et Documents du Saint Siège, alle biografie di Nazareno Padellaro, Suor Marchione, del Padre Pierre Blet, fra i primi che mi vengono alla mente. Per non parlare dei “Discorsi di guerra” di Papa Pacelli, che, se volete, sono disponibili in formato elettronico, e che trovo assolutamente interessanti anche oggi per dottrina, per ispirazione pastorale, per finezza di linguaggio letterario, per forza umana e civile. Insomma, già sapevo non poco a proposito del Pastor Angelicus et Defensor Civitatis. Bisogna tuttavia essere grati al dottor Andrea Tornielli, che in questa corposa e documentata biografia, attingendo a molti inediti, ci restituisce la grandezza e la completezza della figura di Pio XII, ce ne fa approfondire l’umanità, ce ne fa riscoprire il magistero. Ci ricorda, ad esempio, la sua enciclica sulla liturgia, la sua riforma dei riti della Settimana Santa, il grande lavoro preparatorio che sfocerà  nella riforma liturgica conciliare. Pio XII apre all’applicazione del metodo storico-critico nei confronti della Sacra Scrittura, e nell’enciclica “Divino afflante Spiritu” stabilisce le norme dottrinali per lo studio della Sacra Scrittura, mettendone in rilievo l’importanza e il ruolo nella vita cristiana. È sempre Papa Pacelli, nell’enciclica “Humani generis”, a prendere in considerazione, pur con cautela, la teoria evoluzionistica. Pio XII dà anche un notevole impulso all’attività missionaria, con le encicliche “Evangelii Praecones” (1951) e “Fidei donum” (1957, della quale ricorre il cinquantenario), mettendo in rilievo il dovere della Chiesa di annunciare il vangelo alle genti, come il

 

Concilio Vaticano II farà con ampiezza. Quanti Vescovi. come io stesso, abbiamo mandato sacerdoti zelanti come fidei donum in Paesi lontani: Africa, Asia, America Latina, per la implantatio Ecclesiae, con risultati evidenti e con testimonianze di eroismo (penso ad es. al primo Vescovo di Isiolo, in Kenya, il vercellese Mons. Luigi Locati, assassinato nel 2005). Il Papa rifiuta di far coincidere il Cristianesimo con la cultura occidentale oltre che con un determinato sistema politico. Ancora: Pio XII è a tutt’oggi il Papa che ha dato più spazio alle donne nelle sue canonizzazioni e beatificazioni: il 54,4 per cento nelle canonizzazioni, e ben il 62, 5 per cento nelle beatificazioni. Del resto, più volte questo Pontefice aveva parlato dei diritti femminili, affermando, ad esempio, nel radiomessaggio al congresso del Cif di Loreto nell’ottobre 1957 che la donna è chiamata ad esercitare “un’azione risolutiva” anche nel campo politico e giuridico.

3. Accuse ingiustificate

Sono soltanto degli esempi, che mostrano quanto ci sia ancora da scoprire, anzi da riscoprire nel magistero del Servo di Dio Eugenio Pacelli. Mi hanno colpito, poi, molti accenni presenti nel libro di Tornielli, dai quali emerge sia la lucidità e la saggezza del futuro Pontefice, negli anni in cui era nunzio apostolico a Monaco di Baviera prima e quindi a Berlino; nonché molti tratti della sua umanità. Grazie ai carteggi inediti con il fratello Francesco, apprendiamo alcuni giudizi netti sul nascente movimento nazionalsocialista, e il grande e grave dramma interiore vissuto dal Pontefice durante il tempo della guerra circa l’atteggiamento da tenere di fronte alla persecuzione nazista. Pio XII ne parla più volte, nel corso dei suoi radiomessaggi – ed è dunque del tutto fuori luogo accusarlo di “silenzi” – scegliendo però un profilo prudente. Al riguardo dei “silenzi”, segnalo volentieri un articolo ben documentato del prof. Gian Maria Vian pubblicato nel 2004 nella rivista Archivum historiae pontificiae dal titolo “Il Silenzio di Pio XII: alle origini della leggenda nera”. In esso, tra l’altro, si dice che a interrogarsi sui “silenzi di Pio XII” fu per primo Emmanuel Mounier, nel 1939, addirittura poche settimane dopo la sua elezione a Sommo Pontefice e in relazione all’aggressione italiana in Albania. Su questi interrogativi si innesterà in seguito un’aspra polemica, anche di matrice sovietica e comunista ripresa, come vedremo, da esponenti della Chiesa ortodossa russa. Rolf Hochhuth, autore del dramma “Il Vicario”, la pièce teatrale che ha contribuito a scatenare la leggenda “nera” contro Pio XII, nei giorni scorsi in un’intervista ha definito Papa Pacelli un “vigliacco demoniaco”, mentre ci sono storici fautori del pensiero unico anti-PioXII che arrivano persino a dare del “brigatista pacelliano” a quanti non la pensano come loro e osano manifestare un diverso parere su queste vicende. Non si può dunque non denunciare questo scempio del buon senso e della ragione perpetrato spesso sulle pagine dei giornali.

4. Un periodo ben preciso

Mi sembra utile sottolineare come l’opera di Tornielli riporti alla luce opere già note agli storici seri. È uno dei pregi che ritengo fondamentali del volume di cui oggi stiamo parlando, tenendo conto dei tempi tristissimi in cui visse Papa Pacelli, la cui voce, nel turbine del Secondo Conflitto Mondiale e della successiva contrapposizione dei blocchi, non godeva del favore dei poteri costituiti o dei poteri di fatto. Quante volte “mancava l’elettricità” a Radio Vaticana per far sentire la parola del Pontefice; quante volte “mancava la carta” per riprodurre i suoi pensieri e i suoi insegnamenti scomodi; quante volte un qualche incidente faceva “perdere” i numeri dell’Osservatore Romano, riportanti interventi, chiarimenti, aggiornamenti, note politiche… Oggi, tuttavia, grazie ai mezzi moderni, quelle fonti sono ampiamente riprodotte e disponibili. Il Dott. Tornielli le ha cercate e le ha trovate e ne è testimonianza il grande corpo di note che corredano l’attuale pubblicazione. Vorrei a questo punto attirare l’attenzione su una data importante. La figura e l’opera di Pio XII, lodata e ringraziata prima, durante e subito dopo il Secondo Conflitto Mondiale, comincia ad essere scrutinata con altro occhio in un periodo storico ben preciso, che va dall’agosto del 1946 all’ottobre del 1948. Era comprensibile il desiderio del martoriato popolo d’Israele di avere una propria terra, un proprio rifugio sicuro, dopo “le persecuzioni di un antisemitismo fanatico, scatenatesi contro il popolo ebreo” (allocuzione del 3 agosto 1946), ma erano comprensibili pure i diritti di quanti già vivevano in Palestina e che anch’essi attendevano rispetto, attenzione, giustizia e protezione. I giornali dell’epoca riferiscono ampiamente dello stato di tensione che in quella regione si stava manifestando ma, poiché non hanno voluto entrare in merito ai ragionamenti e alle proposte di Pio XII, hanno cominciato a

 

 

prendere posizione, chi per una parte, chi per l’altra, ideologizzando, così, una riflessione che si sviluppava in modo articolato ed attenta a criteri di giustizia, di equità, di rispetto, di legalità. Mi sembra opportuno citare il discorso di Pio XII ai Delegati del Supremo Comitato Arabo per la Palestina in visita in Vaticano, il 3 agosto 1946: “Senza dubbio la pace si può realizzare solo nella verità e nella giustizia. Questa suppone il rispetto dei diritti altrui, di particolari posizioni e tradizioni specialmente nel campo religioso, e il preciso compimento dei doveri e degli obblighi ai quali è tenuta ogni famiglia di abitanti. Ecco perché, dopo aver ricevuto in questi ultimi giorni numerosi appelli e reclami dalle diverse parti del mondo e per differenti motivi, sentiamo superfluo dirvi che riproviamo ogni ricorso alla forza e alla violenza, da qualunque parte venga, come anche condannammo più volte nel passato le persecuzioni di un antisemitismo fanatico, scatenatesi contro il popolo ebreo. Questo atteggiamento di assoluta imparzialità l’abbiamo sempre mantenuto nelle circostanze più varie, e intendiamo conformarviCi anche per l’avvenire. Ma è evidente che questa imparzialità che Ci impone il Nostro ministero apostolico e che Ci mette al di sopra dei conflitti che agitano la società umana, non può significare indifferenza soprattutto in questo momento così difficile. E così vi assicuriamo che tutto ciò che dipende da Noi e dalle possibilità che Ci saranno offerte, lo impegneremo perché la giustizia e la pace divengano una benefica realtà, e creino con l’efficace cooperazione di tutti gli interessati, un ordine che garantisca a ciascuna delle parti presentemente in conflitto, la sicurezza dell’esistenza e, nello stesso tempo, delle condizioni fisiche e morali della vita, sulle quali possa stabilirsi normalmente uno stato di benessere materiale e culturale insieme”.
C’è anche un altro significativo punto di riferimento che a giudizio di diversi studiosi può spiegare l’origine del cambio di atteggiamento verso Pio XII ed è la sua ferma presa di posizione contro il comunismo ateo e militante. Un chiaro segno dell’inizio degli attacchi contro Pio XII è il discorso del 26 agosto 1949 pronunciato dal Metropolita di Kroutitsky e di Kolomna, Nicolas, alla Prima Conferenza dei Partigiani della Pace dell’U.R.S.S., a Mosca. Cito solo un brano: “Pendant toute la deuxième guerre mondiale, le Chef de l’Eglise catholique-romaine n’a pas prononcé un seul mot de protestation contre les bourreaux de l’humanité, pour la défense de millions de victimes assassinées, torturées, condamnées à pourrir dans les prisons, pendues, fusillées, mises à mort dans les terribles “chambres à gaz”. Cette protestation, il ne l’a élevée qu’une fois: lorsqu’on a jugé les assassins. Elle a retenti pour la défense des assassins! Aujourd’hui, le Chef de l’Eglise catholique-romaine, aveuglé par une haine ancienne des orthodoxes, des Slaves set, parmi eux, surtout des Russes soviétiques, ce vieil ennemi juré de l’U.R.S.S. est ouvertement entré dans le camp sinistre des nouveaux incendiaires. Le monde entier sait qu’il est devenu l’agent de l’impérialisme américain”.

5. Le testimonianze dei salvati

Pio XII non è stato solo il Papa della Seconda Guerra Mondiale, ma un Pastore che, dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958, ha avuto davanti a sé un mondo irretito nelle passioni violente e irrazionali. Da allora ha iniziato a prendere corpo una incomprensibile accusa al Papa per non essere intervenuto come dovuto a favore degli ebrei perseguitati. A questo riguardo mi pare importante riconoscere che comunque chi è scevro da finalità ideologiche ed è amante della verità, è ben disposto a comprendere più a fondo, in piena sincerità, un Papato lungo, fruttuoso e, a mio parere, eroico. Ne è esempio il recente cambiamento di atteggiamento, anche nel grande santuario della memoria che è lo Yad Vashem a Gerusalemme, di riconsiderare la figura e l’opera di Papa Pacelli non da un punto di vista polemico, ma da una angolatura obiettivamente storica. È fervido auspicio che tale buona volontà manifestata pubblicamente possa avere un prosieguo adeguato. Ad esempio, sarebbe bello che sotto la fotografia di Pio XII si riportasse qualche espressione di riconoscenza degli ebrei salvati durante gli anni della persecuzione. Cito, tra le moltissime, una testimonianza del Sergente maggiore JosephBancover, 178 Compagnia palestinese, tra i fondatori del kibbutz “Ramat ha-Kovesh”, uno dei capi del movimento sionista laburista, pubblicata il 23 luglio 1944 sul quotidiano “Hahajal Haivri”, organo delle compagnie ebraico-palestinesi dipendenti dalla VIII Armata britannica: “Desidero raccontarvi della Roma ebraica, del gran miracolo di avere trovato qui migliaia di ebrei.La Chiesa, i conventi, frati e suore – e soprattutto il Pontefice – sono accorsi all’aiuto e al salvataggio degli ebrei, sottraendoli agli artigli dei nazisti e dei loro collaborazionisti fascisti italiani. Grandi sforzi, non scevri da pericoli, sono stati fatti per nascondere ed alimentare gli ebrei durante i mesi dell’occupazione tedesca. Alcuni religiosi hanno pagato con la loro vita per quest’opera di salvataggio. Tutta la Chiesa è stata mobilitata allo scopo, operando con grande fedeltà… Il Vaticano è stato il centro di ogni attività di assistenza e salvataggio nelle condizioni della realtà del dominio nazista”.

 

 

6. Il dovere della carità verso tutti

È innegabile che Pio XII era al corrente della particolare sollecitudine che il suo predecessore, come Pastore della Chiesa, aveva messo in atto in favore di quei cattolici di origine ebraica, per via dei pericoli che loro stessi correvano a motivo delle leggi razziali. Come Segretario di Stato, Eugenio Pacelli seguiva e promuoveva le varie iniziative benefiche sorte, al riguardo, fra i cattolici dell’America del Nord e del Sud, della Svizzera, dell’Olanda, dell’Inghilterra e dell’Irlanda. La Segreteria di Stato era intervenuta presso alcuni Rappresentanti Pontifici perché sensibilizzassero i rispettivi Governi in favore dei professionisti di origine ebraica profughi, così come, a riguardo degli scienziati di stirpe ebraica, Pio XI intervenne presso i Cardinali dell’America del Nord e del Sud.
Di fronte all’escalation virulenta della persecuzione razziale, il 2 giugno 1943, in occasione della festa di Sant’Eugenio, Pio XII parla esplicitamente degli ebrei ed espone pubblicamente queste sue ragioni: “Non dimentichino i reggitori dei popoli che colui il quale (per usare il linguaggio della Sacra Scrittura) “porta la spada” non può disporre della vita e della morte degli uomini che secondo la legge di Dio, da cui viene ogni potestà”. “Né vi aspetterete”, continua Pio XII “che esponiamo qui partitamente tutto quello che abbiamo tentato e procurato di compiere per mitigare le loro sofferenze, migliorare le loro condizioni morali e giuridiche, tutelare i loro imprescrittibili diritti religiosi, sovvenire alle loro ristrettezze e necessità. Ogni parola da noi rivolta a questo scopo alle competenti autorità e ogni nostro pubblico accenno, dovevano esser da noi seriamente ponderati e misurati nell’interesse dei sofferenti stessi, per non rendere, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la loro situazione. Purtroppo i miglioramenti visibilmente ottenuti, non corrispondono alla sollecitudine materna della Chiesa in favore di questi gruppi particolari, soggetti alle più acerbe sventure… e il Vicario, pur chiedendo solo compassione e ritorno alle elementari norme del diritto e dell’umanità, si è trovato, talora, davanti a porte che nessuna chiave voleva aprire”. Troviamo dunque qui esposta, già a metà dell’anno 1943, la ragione della prudenza con cui Pacelli si muove nell’ambito delle pubbliche denunce: “Nell’interesse dei sofferenti stessi, per non rendere più grave la loro situazione”. Parole che mi sembra di sentire riecheggiare nel breve discorso pronunciato da Paolo VI il 12 settembre 1964, presso le Catacombe di Santa Domitilla. In quell’occasione Papa Montini disse: “La Santa Sede si astiene dall’alzare con più frequenza e veemenza la voce legittima della protesta e della deplorazione, non perché ignori o trascuri la realtà della cosa, ma per un pensiero riflesso di cristiana pazienza e per non provocare mali peggiori”. Paolo VI, a metà degli anni Sessanta, si riferiva ai Paesi d’Oltrecortina, governati dal comunismo totalitario. Lui, che era stato uno stretto collaboratore del cardinale Pacelli e poi di Papa Pio XII, adduce dunque le stesse motivazioni. I Papi non parlano pensando a precostituirsi un’immagine favorevole per i posteri, sanno che da ogni loro parola può dipendere la sorte di milioni di cristiani, hanno a cuore la sorte degli uomini e delle donne in carne ed ossa, non il plauso degli storici. Del resto Robert Kempner, magistrato ebreo e pubblico ministero al processo di Norimberga, ha scritto nel gennaio 1964, dopo l’uscita del “Vicario” di Hochhuth: “Qualsiasi presa di posizione propagandistica della Chiesa contro il governo di Hitler sarebbe stata non solamente un suicidio premeditato… ma avrebbe accelerato l’assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e sacerdoti”.

7. “Non lamento, ma azione è il precetto dell’ora”

Detto questo, dopo aver preso visione degli 11 volumi (in 12 tomi) degli “Actes et Documents du Saint Siège” circa la Seconda Guerra Mondiale; dopo aver fatto leggere decine di faldoni con centinaia di documenti riguardanti pensieri ed atti della Sede Apostolica durante il Secondo Conflitto Mondiale; assaporate le violente polemiche di parte (volumi innumerevoli, pieni di ideologia violenta e falsa), mi pare che l’opera degli Actes, stampata per ordine di Paolo VI (Sostituto della Segreteria di Stato nei terribili frangenti del 1939-1945), potrebbe essere utilmente completata dai documenti inclusi sotto la voce archivistica degli “Stati Ecclesiastici”, che comprendono carte riguardanti l’obbligo della Santa Sede e della Chiesa Cattolica di farsi carico del dovere della carità verso tutti. È un settore archivistico non esplorato a sufficienza, dato che trattasi di migliaia di casi personali. Ad ognuno di essi, il più piccolo Stato del mondo, neutrale in senso assoluto, ha prestato orecchio in base individuale, recependo ogni voce che chiedeva aiuto, oppure udienza. Si tratta di una documentazione sterminata, purtroppo non ancora disponibile, perché non ordinata. Magari fosse possibile, con l’aiuto di qualche

 

 

 benemerita fondazione ad hoc, catalogare in tempi brevi queste carte custodite dagli Archivi della Santa Sede! Chiara era la direttiva data via radio, via stampa, via diplomatica, dal Papa Pio XII nel 1942. Egli disse a tutti, durante il tragico ‘42, che: “Non lamento, ma azione è il precetto dell’ora”. La saggezza di tale affermazione è testimoniata da una miriade di carte: note diplomatiche, concistori urgenti, segnalazioni specifiche (v. Card. Bertram, Card. Innitzer, Card. Schuster, ecc. ecc. ecc.) di fare il possibile per salvare persone, preservando la neutralità della Sede Apostolica. Ho compulsato ad es. il volume di protocollo del 1943; una molteplicità di dispacci ai Nunzi ed a personalità o Superiori di istituti con disposizioni, offerte, indicazioni, risposte concrete.
La situazione di neutralità permetteva al Papa di salvare non soltanto europei, ma anche prigionieri non appartenenti all’Asse. Pensiamo alla tristissima situazione della Polonia o agli interventi umanitari nel Sud-Est asiatico. Pio XII, più che inviare circolari (che si chiedeva poi di distruggere) ha detto a voce ciò che si doveva fare. E Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici hanno compreso benissimo la mente del Papa e cosa era urgente fare. Tra l’altro, a testimonianza di ciò ci sono gli innumerevoli Fogli di Udienza del Card. Maglione e Tardini, con i relativi commenti. Poi arrivavano le proteste o i “no” di fronte alle richieste umanitarie della Santa Sede.

8. Denunciare o agire?

Lasciatemi raccontare un piccolo episodio, accaduto proprio in Vaticano nell’ottobre del 1943. All’epoca, oltre alla gendarmeria (circa 150 persone) e alla guardia svizzera (circa 110 persone), c’era anche la guardia palatina. A quella data, per proteggere il Vaticano (non più di 300 persone) e gli stabili extraterritoriali c’erano già 575 guardie palatine. Ebbene, la Segreteria di Stato chiese alla potenza occupante l’Italia di poter assumere altre 1.425 persone da inserire nell’organico della Guardia Palatina. Il ghetto ebraico era a due passi…
I redattori degli Actes et Documents non potevano stampare tutte le migliaia di casi personali. Il Papa, a quel tempo, aveva altre priorità: cercando di far conoscere i suoi “desiderata”, in tanti modi, voleva agire, nei limiti impostigli dalle circostanze, secondo un suo chiaro programma.  Alle persone oneste, però, sorgono domande legittime: Quando Pio XII incontrò Mussolini? Come Cardinale Segretario di Stato nel 1932, ma come Papa mai! Quando il Card. Pacelli incontrò il Cancelliere Hitler? Mai! Quando il Papa incontrò Mussolini e Hitler insieme? Mai! Se ciò non è mai avvenuto potrebbe significare che se due Stati non hanno ritenuto di parlare con il Papa, il Pontefice stesso cosa doveva fare: fare dichiarazione di denuncia o agire? Pio XII scelse la seconda opzione, testimoniata da tante fonti israelitiche di tutta Europa. Forse occorrerebbe dar copia di tali abbondanti adesioni ebraiche di gratitudine e di stima al ministero umano e spirituale di questo grande Papa. Resta il fatto che il libro, che oggi possiamo leggere, aggiunge qualche tassello in più non soltanto alla figura di un grande Pontefice, ma anche a tutta l’opera silenziosa, ma efficace, della Chiesa lungo l’arco dell’esistenza (quella di Eugenio Pacelli, appunto) di un Pastore passato attraverso le bufere di due conflitti mondiali (fu Nunzio in Baviera sin dal 1917) e la tragica costruzione della cortina di ferro, all’interno della quale perirono milioni di figli di Dio. Erede della Chiesa degli Apostoli, la Chiesa di Pio XII ha continuato ad operare non soltanto per una parola profetica, ma soprattutto per una quotidiana azione profetica.

9. Una nota conclusiva

Vorrei infine ringraziare Andrea Tornelli per questa opera, che contribuisce a far meglio comprendere la luminosa azione apostolica e la figura del Servo di Dio Pio XII. Questo è un utile servizio alla Chiesa, un utile servizio alla verità. È giusto discutere, approfondire, dibattere, confrontarsi. Ma bisogna guardarsi dal più grave errore per lo storico, che è l’anacronismo, giudicando la realtà di allora con gli occhi e con la mentalità di oggi. Così come è profondamente ingiusto giudicare l’operato di Pio XII durante la guerra con il velo del pregiudizio, dimenticando non soltanto il contesto storico, ma anche l’enorme opera di carità che il Papa promosse, aprendo le porte dei seminari e degli istituti religiosi, accogliendo profughi e perseguitati, aiutando tutti.

Card. TARCISIO BERTONE

 

 

 

 

 

IL PAPA AL CONVEGNO SU PACELLI
 «Pio XII, un magistero di benefica ampiezza ed eccezionale qualità»

 Pacelli è stato «un dono eccezionale» del Signore. Lo ha detto Benedetto XVI ai partecipanti al convegno storico sul magistero del suo predecessore, spesso trascurato – ha aggiunto – perché l’attenzione si è concentrata su una sola problematica, «trattata per di più in modo piuttosto unilaterale» .. «L’eredità del suo insegnamento è stata raccolta dal Concilio Vaticano II e riproposta alle generazioni cristiane successive» «Vi era altresì in lui il continuo sforzo e la ferma volontà di donarsi a Dio senza risparmio e senza riguardo per la sua salute cagionevole»
 

 

 

«Il suo, magistero di vasta ampiezza ed eccezionale qualità»

  Signori cardinali, venerati fratel­li nell’episcopato e nel sacer­dozio, cari fratelli e sorelle!

  Sono lieto di accogliervi in occasio­ne del congresso su « L’eredità del ma­gistero di Pio XII e il Concilio Vatica­no II », promosso dalla Pontificia U­niversità Lateranense insieme con la Pontificia Università Gregoriana. È un Congresso importante per il tema che affronta e per le persone erudi­te, provenienti da varie Nazioni, che vi prendono par­te. Nel rivolgere a ciascuno il mio cordiale saluto, ringrazio in parti­colare monsignor Rino Fisichella, rettore dell’Uni­versità Latera­nense, e padre Gianfranco Ghir­landa, rettore del­l’Università Gre­goriana, per le espressioni gentili con cui hanno interpretato comuni sen­timenti.
  Ho apprezzato l’impegnativo tema sul quale avete concentrato la vostra attenzione. Negli ultimi anni, quan­do si è parlato di Pio XII, l’attenzio­ne si è concentrata in modo ecces­sivo su una sola problematica, trat­tata per di più in maniera piuttosto unilaterale. A parte ogni altra consi­derazione, ciò ha impedito un ap­proccio adeguato ad una figura di grande spessore storico-teologico qual è quella del papa Pio XII. L’in­sieme della imponente attività svol­ta da questo Pontefice e, in modo del tutto speciale, il suo magistero sul quale vi siete soffermati in questi giorni, sono una prova eloquente di quanto ho appena affermato. Il suo magistero si qualifica infatti per la vasta e benefica ampiezza, come an­che per la sua eccezionale qualità,
 così che può ben dirsi che esso co­stituisca una preziosa eredità di cui la Chiesa ha fatto e continua a fare tesoro.
  H o parlato di «vasta e benefi­ca ampiezza» di questo ma­gistero. Basti ricordare, al ri­guardo, le encicliche e i moltissimi discorsi e radiomessaggi contenuti nei venti volumi dei suoi «Insegna­menti ». Sono più di quaranta le en­cicliche da lui pubblicate. Tra esse spicca la « Mystici Corporis », nella quale il Papa affronta il tema della vera ed intima natura della Chiesa. Con ampiezza di indagine egli met­te in luce la nostra profonda unio­ne ontologica con Cristo e – in Lui, per Lui e con Lui – con tutti gli altri fedeli animati dal suo Spirito, che si nutrono del suo Corpo e, trasfor­mati in Lui, gli danno modo di con­tinuare ed estendere nel mondo la sua opera salvifica. Intimamente connesse con la « Mystici Corporis » sono altre due encicliche: la « Divino afflante Spiritu » sulla Sacra Scrit­tura e la « Mediator Dei » sulla sacra li­turgia, nelle quali vengono presen­tate le due sor­genti a cui devono sempre attingere coloro che appar­tengono a Cristo, Capo di quel mi­stico Corpo che è la Chiesa.

 

 


  I n questo contesto di ampio re­spiro Pio XII ha trattato delle va­rie categorie di persone che, per volere del Signore, fanno parte del­la Chiesa, pur con vocazioni e com­piti differenziati: i sacerdoti, i reli­giosi ed i laici. Così egli ha emanato sagge norme sulla formazione dei sacerdoti, che si devono distinguere per l’amore personale a Cristo, la semplicità e la sobrietà di vita, la lealtà verso i loro Vescovi e la dispo­nibilità verso coloro che sono affi­dati alle loro cure pastorali. Nell’en­ciclica « Sacra Virginitas » poi e in al­tri documenti sulla vita religiosa Pio XII ha messo in chiara luce l’eccel­lenza del «dono» che Dio concede a certe persone invitandole a consa­crarsi totalmente al servizio suo e del prossimo nella Chiesa. In tale pro­spettiva il Papa insiste fortemente sul ritorno al Vangelo ed all’autenti­co carisma dei fondatori e delle fon­datrici dei vari Ordini e Congrega­zioni religiose, prospettando anche la necessità di alcune sane riforme. Numerose sono state poi le occasio­ni in cui Pio XII ha trattato della re­sponsabilità dei laici nella Chiesa, profittando in particolare dei gran- di congressi internazionali dedicati a queste tematiche. Volentieri egli af­frontava i problemi delle singole pro­fessioni, indicando, ad esempio, i do­veri dei giudici, degli avvocati, degli operatori sociali, dei medici: a que­sti ultimi il Sommo Pontefice dedicò numerosi discorsi illustrando le norme deontologiche che essi de­vono rispettare nella loro attività. Nell’enciclica « Miranda prorsus », poi, il Papa si soffermò sulla grande importanza dei moderni mezzi di comunicazione, che in modo sem­pre più incisivo andavano influen­zando l’opinione pubblica. Proprio per questo il Sommo Pontefice, che valorizzò al massimo la nuova in­venzione della radio, sottolineava il dovere dei giornalisti di fornire infor­mazioni veritiere e rispettose delle norme morali.

  A nche alle scienze e agli straordinari progressi da es­se compiuti Pio XII rivolse la sua attenzione. Pur ammirando le conquiste raggiunte in tali campi, il Papa non mancava di mettere in guardia dai rischi che una ricerca non attenta ai valori morali poteva comportare. Basti un solo esempio: restò famoso il discorso da lui pro­nunciato sulla raggiunta scissione degli atomi; con straordinaria lun­gimiranza, però, il Papa ammoniva circa la necessità di impedire ad o- gni costo che questi geniali progressi scientifici venissero utilizzati per la costruzione di armi micidiali che a­vrebbero potuto provocare cata­strofi immani e perfino la totale di­struzione dell’umanità. Come non ricordare poi i lunghi ed ispirati di­scorsi concernenti l’auspicato rior­dinamento della società civile, na­zionale ed internazionale, per il qua­le egli indicava come fondamento imprescindibile la giustizia, vero presupposto per una convivenza pa­cifica fra i popoli: « opus iustitiae pax! ». Ugualmente meritevole di speciale menzione è l’insegnamen­to mariologico di Pio XII, che ebbe il suo culmine nella proclamazione del dogma dell’Assunzione di Ma­ria Santissima, per mezzo del quale il Santo Padre intendeva sottolinea­re la dimensione escatologica della nostra esistenza ed esaltare altresì la dignità della donna.

  Che dire della qualità dell’in­segnamento di Pio XII? Egli e­ra contrario alle improvvisa­zioni: scriveva con la massima cura ogni discorso, soppesando ogni fra­se ed ogni parola prima di pronun­ciarla in pubblico. Studiava attenta­mente le varie questioni ed aveva l’abitudine di chiedere consiglio ad eminenti specialisti, quando si trat­tava di temi che richiedevano una competenza particolare. Per natura ed indole Pio XII era un uomo mi­surato e realista, alieno da facili ot­timismi, ma era altresì immune dal pericolo di quel pessimismo che non si addice ad un credente. Abor­riva le sterili polemiche ed era profondamente diffidente nei con­fronti del fanatismo e del sentimen­talismo.

  Q uesti suoi atteggiamenti in­teriori rendono ragione del valore e della profondità, co­me anche dell’affidabilità del suo insegnamento, e spiegano l’adesione fiduciosa ad esso riser­vata non solo dai fedeli, ma anche da tante persone non appartenen­ti alla Chiesa. Con­siderando la gran­de ampiezza e l’al­ta qualità del magi­stero di Pio XII, vie­ne da chiedersi co­me egli sia riuscito a fare tanto, pur do­vendo dedicarsi ai numerosi altri compiti connessi col suo ufficio di Sommo Pontefice: il governo quotidiano della Chiesa, le nomine e le visite dei vescovi, le visite di capi di Stato e di diploma­tici, le innumerevoli udienze con­cesse a persone private ed a gruppi molto diversificati.

  Tutti riconoscono a Pio XII un’intel­ligenza non comune, una memoria di ferro, una singolare dimestichez­za con le lingue straniere ed una no­tevole sensibilità. Si è detto che egli era un diplomatico compito, un e­minente giurista, un ottimo teolo­go. Tutto questo è vero, ma ciò non spiega tutto. Vi era altresì in lui il con­tinuo sforzo e la ferma volontà di do­nare se stesso a Dio senza risparmio e senza riguardo per la sua salute ca­gionevole. Questo è stato il vero mo­vente del suo comportamento: tut­to nasceva dall’amore per il suo Si­gnore Gesù Cristo e dall’amore per la Chiesa e per l’umanità. Egli infat­ti era innanzitutto il sacerdote in co­stante ed intima unione con Dio, il sacerdote che trovava la forza per il suo immane lavoro in lunghe soste di preghiera davanti al Santissimo Sacramento, in colloquio silenzioso con il suo Creatore e Redentore. Da lì traeva origine e slancio il suo ma­gistero, come d’altronde ogni altra sua attività.


  N on deve pertanto stupire che il suo insegnamento conti­nui anche oggi a diffondere luce nella Chiesa. Sono ormai tra­scorsi cinquant’anni dalla sua mor­te, ma il suo poliedrico e fecondo magistero resta anche per i cristiani di oggi di un valore inestimabile. Cer­tamente la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, è un organismo vivo e vitale, non arroccato immobilmente su ciò che era cinquant’anni fa. Ma lo svi­luppo avviene nella coerenza. Per questo l’eredità del magistero di Pio XII è stata raccolta

 

 

dal Concilio Vati­cano II e riproposta alle generazio­ni cristiane successive. È noto che negli interventi orali e scritti pre­sentati dai Padri del Concilio Vaticano II si riscontrano ben più di mille riferi­menti al magistero di Pio XII. Non tutti i documenti del Concilio hanno un apparato di Note, ma in quei docu­menti che lo hanno, il nome di Pio XII ri­corre oltre duecen­to volte. Ciò vuol dire che, fatta ec­cezione per la Sacra Scrittura, que­sto Papa è la fonte autorevole più fre­quentemente citata. Si sa inoltre che le note apposte a tali documenti non sono, in genere, semplici rimandi e­splicativi, ma costituiscono spesso vere e proprie parti integranti dei te­sti conciliari; non forniscono solo giustificazioni a supporto di quanto affermato nel testo, ma ne offrono una chiave interpretativa. P ossiamo dunque ben dire che, nella persona del Sommo Pon­tefice Pio XII, il Signore ha fat­to alla sua Chiesa un eccezionale do­no, per il quale noi tutti dobbiamo es­serGli grati. Rinnovo, pertanto, l’e­spressione del mio apprezzamento per l’importante lavoro da voi svolto nella preparazione e nello svolgi­mento di questo simposio Interna­zionale sul Magistero di Pio XII ed au­spico che si continui a riflettere sulla preziosa eredità lasciata alla Chiesa dall’immortale Pontefice, per trarne proficue applicazioni alle problema­tiche oggi emergenti. Con questo au­gurio, mentre invoco sul vostro im­pegno l’aiuto del Signore, di cuore im­parto a ciascuno la mia benedizione.

Benedetto XVI

CAPPELLA PAPALE – SANTA MESSA IN OCCASIONE DEL 50° DELLA MORTE
DEL SERVO DI DIO PAPA PIO XII

Basilica Vaticana, Giovedì, 9 ottobre 2008

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle
!

Il brano del libro del Siracide ed il prologo della Prima Lettera di san Pietro, proclamati come prima e seconda lettura, ci offrono significativi spunti di riflessione in questa celebrazione eucaristica, durante la quale facciamo memoria del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Pio XII. Sono passati esattamente cinquant’anni dalla sua morte, avvenuta nelle prime ore del 9 ottobre 1958. Il Siracide, come abbiamo ascoltato, ha ricordato a quanti intendono seguire il Signore che devono prepararsi ad affrontare prove, difficoltà e sofferenze. Per non soccombere ad esse – egli ammonisce – occorre un cuore retto e costante, occorre fedeltà a Dio e pazienza unite a inflessibile determinazione nel proseguire nella via del bene. La sofferenza affina il cuore del discepolo del Signore, come l’oro viene purificato nella fornace. “Accetta quanto ti capita – scrive l’autore sacro – e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiolo del dolore” (2,4).San Pietro, per parte sua, nella pericope che ci è stata proposta, rivolgendosi ai cristiani delle comunità dell’Asia Minore che erano “afflitti da varie prove”, va anche oltre: chiede loro di essere, ciò nonostante, “ricolmi di gioia” (1 Pt 1,6). La prova è infatti necessaria, egli osserva, “affinché il valore della vostra fede, assai più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato col fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà” (1 Pt 1,7). E poi, per la seconda volta, li esorta ad essere lieti, anzi ad esultare “di gioia indicibile e gloriosa” (v. 8). La ragione profonda di questo gaudio spirituale sta nell’amore per Gesù e nella certezza della sua invisibile presenza. E’ Lui a rendere incrollabile la fede e la speranza dei credenti anche nelle fasi più complicate e dure dell’esistenza.

Alla luce di questi testi biblici possiamo leggere la vicenda terrena di Papa Pacelli e il suo lungo servizio alla Chiesa iniziato nel 1901 sotto Leone XIII, e proseguito con san Pio X, Benedetto XV e Pio XI. Questi testi biblici ci aiutano soprattutto a comprendere quale sia stata la sorgente da cui egli ha attinto coraggio e pazienza nel suo ministero pontificale, svoltosi negli anni travagliati del secondo conflitto mondiale e nel periodo susseguente, non meno complesso, della ricostruzione e dei difficili rapporti internazionali passati alla storia con la qualifica significativa di “guerra fredda”.

“Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam”: con questa invocazione del Salmo 50/51 Pio XII iniziava il suo testamento. E continuava: “Queste parole, che, conscio di essere immeritevole e impari, pronunciai nel momento in cui diedi, tremando, la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con tanto maggior fondamento le ripeto ora”. Mancavano allora due anni alla sua morte. Abbandonarsi nelle mani misericordiose di Dio: fu questo l’atteggiamento che coltivò costantemente questo mio venerato Predecessore, ultimo dei Papi nati a Roma ed appartenente ad una famiglia legata da molti anni alla Santa Sede. In Germania, dove svolse il compito di Nunzio Apostolico, prima a Monaco di Baviera e poi a Berlino sino al 1929, lasciò dietro di sé una grata memoria, soprattutto per aver collaborato con Benedetto XV al tentativo di fermare “l’inutile strage” della Grande Guerra, e per aver colto fin dal suo sorgere il pericolo costituito dalla mostruosa ideologia nazionalsocialista con la sua perniciosa radice antisemita e anticattolica. Creato Cardinale nel dicembre 1929, e divenuto poco dopo Segretario di Stato, per nove anni fu fedele collaboratore di Pio XI, in un’epoca contrassegnata dai totalitarismi: quello fascista, quello nazista e quello comunista sovietico, condannati rispettivamente dalle Encicliche Non abbiamo bisogno, Mit Brennender Sorge e Divini Redemptoris.

“Chi ascolta la mia parola e crede… ha la vita eterna” (Gv 5,24). Questa assicurazione di Gesù, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci fa pensare ai momenti più duri del pontificato di Pio XII quando, avvertendo il venir meno di ogni umana sicurezza, sentiva forte il bisogno, anche attraverso un costante sforzo ascetico, di aderire a Cristo, unica certezza che non tramonta. La Parola di Dio diventava così luce al suo cammino, un cammino nel quale Papa Pacelli ebbe a consolare sfollati e perseguitati, dovette asciugare lacrime di dolore e piangere le innumerevoli vittime della guerra. Soltanto Cristo è vera speranza dell’uomo; solo fidando in Lui il cuore umano può aprirsi all’amore che vince l’odio. Questa consapevolezza accompagnò Pio XII nel suo ministero di Successore di Pietro, ministero iniziato proprio quando si addensavano sull’Europa e sul resto del mondo le nubi minacciose di un nuovo conflitto mondiale, che egli cercò di evitare in tutti i modi: “Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”, aveva gridato nel suo radiomessaggio del 24 agosto 1939 (AAS, XXXI, 1939, p. 334).

La guerra mise in evidenza l’amore che nutriva per la sua “diletta Roma”, amore testimoniato dall’intensa opera di carità che promosse in difesa dei perseguitati, senza alcuna distinzione di religione, di etnia, di nazionalità, di appartenenza politica. Quando, occupata la città, gli fu ripetutamente consigliato di lasciare il Vaticano per mettersi in salvo, identica e decisa fu sempre la sua risposta: “Non lascerò Roma e il mio posto, anche se dovessi morire” (cfr Summarium, p.186). I familiari ed altri testimoni riferirono inoltre delle privazioni quanto a cibo, riscaldamento, abiti, comodità, a cui si sottopose volontariamente per condividere la condizione della gente duramente provata dai bombardamenti e dalle conseguenze della guerra (cfr A. Tornielli, Pio XII, Un uomo sul trono di Pietro). E come dimenticare il radiomessaggio natalizio del dicembre 1942? Con voce rotta dalla commozione deplorò la situazione delle “centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento” (AAS, XXXV, 1943, p. 23), con un chiaro riferimento alla deportazione e allo sterminio perpetrato contro gli ebrei. Agì spesso in modo segreto e silenzioso proprio perché, alla luce delle concrete situazioni di quel complesso momento storico, egli intuiva che solo in questo modo si poteva evitare il peggio e salvare il più gran numero possibile di ebrei. Per questi suoi interventi, numerosi e unanimi attestati di gratitudine furono a lui rivolti alla fine della guerra, come pure al momento della morte, dalle più alte autorità del mondo ebraico, come ad esempio, dal Ministro degli Esteri d’Israele Golda Meir, che così scrisse: “Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime”, concludendo con commozione: “Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della pace”.

Purtroppo il dibattito storico sulla figura del Servo di Dio Pio XII, non sempre sereno, ha tralasciato di porre in luce tutti gli aspetti del suo poliedrico pontificato. Tantissimi furono i discorsi, le allocuzioni e i messaggi che tenne a scienziati, medici, esponenti delle categorie lavorative più diverse, alcuni dei quali conservano ancora oggi una straordinaria attualità e continuano ad essere punto di riferimento sicuro. Paolo VI, che fu suo fedele collaboratore per molti anni, lo descrisse come un erudito, un attento studioso, aperto alle moderne vie della ricerca e della cultura, con sempre ferma e coerente fedeltà sia ai principi della razionalità umana, sia all’intangibile deposito delle verità della fede. Lo considerava come un precursore del Concilio Vaticano II (cfr Angelus del 10 marzo 1974). In questa prospettiva, molti suoi documenti meriterebbero di essere ricordati, ma mi limito a citarne alcuni. Con l’Enciclica Mystici Corporis, pubblicata il 29 giugno 1943 mentre ancora infuriava la guerra, egli descriveva i rapporti spirituali e visibili che uniscono gli uomini al Verbo incarnato e proponeva di integrare in questa prospettiva tutti i principali temi dell’ecclesiologia, offrendo per la prima volta una sintesi dogmatica e teologica che sarebbe stata la base per la Costituzione dogmatica conciliare Lumen gentium.

Pochi mesi dopo, il 20 settembre 1943, con l’Enciclica Divino afflante Spiritu stabiliva le norme dottrinali per lo studio della Sacra Scrittura, mettendone in rilievo l’importanza e il ruolo nella vita cristiana. Si tratta di un documento che testimonia una grande apertura alla ricerca scientifica sui testi biblici. Come non ricordare quest’Enciclica, mentre sono in svolgimento i lavori del Sinodo che ha come tema proprio “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa? Si deve all’intuizione profetica di Pio XII l’avvio di un serio studio delle caratteristiche della storiografia antica, per meglio comprendere la natura dei libri sacri, senza indebolirne o negarne il valore storico. L’approfondimento dei “generi letterari”, che intendeva comprendere meglio quanto l’autore sacro aveva voluto dire, fino al 1943 era stato visto con qualche sospetto, anche per gli abusi che si erano verificati. L’Enciclica ne riconosceva la giusta applicazione, dichiarandone legittimo l’uso per lo studio non solo dell’Antico Testamento, ma anche del Nuovo. “Oggi poi quest’arte – spiegò il Papa – che suol chiamarsi critica testuale e nelle edizioni degli autori profani s’impiega con grande lode e pari frutto, con pieno diritto si applica ai Sacri Libri appunto per la riverenza dovuta alla parola di Dio”. Ed aggiunse: “Scopo di essa infatti è restituire con tutta la possibile precisione il sacro testo al suo primitivo tenore, purgandolo dalle deformazioni introdottevi dalle manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili difetti d’ogni genere, che negli scritti tramandati a mano pei molti secoli usano infiltrarsi” (AAS, XXXV, 1943, p. 336).

La terza Enciclica che vorrei menzionare è la Mediator Dei, dedicata alla liturgia, pubblicata il 20 novembre 1947. Con questo Documento il Servo di Dio dette impulso al movimento liturgico, insistendo sull’“elemento essenziale del culto”, che “deve essere quello interno: è necessario, difatti, – egli scrisse – vivere sempre in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti… Diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto”. Non possiamo poi non accennare all’ impulso notevole che questo Pontefice impresse all’attività missionaria della Chiesa con le Encicliche Evangelii praecones (1951) e Fidei donum (1957), ponendo in rilievo il dovere di ogni comunità di annunciare il Vangelo alle genti, come il Concilio Vaticano II farà con coraggioso vigore. L’amore per le missioni, peraltro, Papa Pacelli lo aveva dimostrato sin dall’inizio del pontificato quando nell’ottobre 1939 aveva voluto consacrare personalmente dodici Vescovi di Paesi di missione, tra i quali un indiano, un cinese, un giapponese, il primo Vescovo africano e il primo Vescovo del Madagascar. Una delle sue costanti preoccupazioni pastorali fu infine la promozione del ruolo dei laici, perché la comunità ecclesiale potesse avvalersi di tutte le energie e le risorse disponibili. Anche per questo la Chiesa e il mondo gli sono grati.

Cari fratelli e sorelle, mentre preghiamo perché prosegua felicemente la causa di beatificazione del Servo di Dio Pio XII, è bello ricordare che la santità fu il suo ideale, un ideale che non mancò di proporre a tutti. Per questo dette impulso alle cause di beatificazione e canonizzazione di persone appartenenti a popoli diversi, rappresentanti di tutti gli stati di vita, funzioni e professioni, riservando ampio spazio alle donne. Proprio Maria, la Donna della salvezza, egli additò all’umanità quale segno di sicura speranza proclamando il dogma dell’Assunzione durante l’Anno Santo del 1950. In questo nostro mondo che, come allora, è assillato da preoccupazioni e angosce per il suo avvenire; in questo mondo, dove, forse più di allora, l’allontanamento di molti dalla verità e dalla virtù lascia intravedere scenari privi di speranza, Pio XII ci invita a volgere lo sguardo verso Maria assunta nella gloria celeste. Ci invita ad invocarla fiduciosi, perchè ci faccia apprezzare sempre più il valore della vita sulla terra e ci aiuti a volgere lo sguardo verso la meta vera a cui siamo tutti destinati: quella vita eterna che, come assicura Gesù, possiede già chi ascolta e segue la sua parola. Amen!

       

 

 

 

 

                                                                            

Bertone (card.) e Galileo – da Gusmini

Dicembre 15, 2008

DIBATTITO –  Roma 26.11.2008
 Il cardinale Bertone: «Le lacune dei teologi dipendevano dalla mentalità dell’epoca, lo scienziato era un uomo di fede»

Galileo e Chiesa processi finiti
 DA ROMA GIOVANNI GRASSO

 Ravasi: ripubblichiamo tutte le fonti della diatriba col Vaticano Amaldi: tra i ricercatori c’è una «trascendenza orizzontale».
 Guarguaglini: sulle domande ultime la risposta è religiosa


 Galileo Galilei fu un grandissimo scienziato e contemporaneamente un uomo con profondo senso religioso. A dimostrazione che il rapporto tra scienza e fede è perfettamente componibile senza strappi o lacerazioni. È quanto ha detto, in sintesi, il segretario di Stato vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, che è intervenuto ieri al convegno « La scienza 400 anni dopo Galileo Galilei. Il valore e la complessità etica della ricerca tecno­scientifica contemporanea » , promosso dalla Finmeccanica presso il complesso monumentale del Santo Spirito.

  « In questi ultimi anni – ha detto Bertone – ci sono stati interventi chiarificatori che, se hanno con grande sincerità posto in luce lacune di uomini di Chiesa legati alla mentalità dell’epoca, hanno permesso al tempo stesso di far risaltare la ricca personalità di questo scienziato che con il cannocchiale astronomico scoprì che la Terra non è il centro di tutti i movimenti celesti. Quel che mi pare debba essere sottolineato è che Galileo, uomo di scienza, ha pure coltivato con amore la sua fede e le sue profonde convinzioni religiose. Galileo Galilei è un uomo di fede che vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio » . E ha citato a questo proposito un famoso scritto di Galileo in cui lo scienziato affermava: « L’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo » . Distinzione dei piani, dunque, ma non contrasto, anzi necessità di collaborazione. E, in particolare negli ultimi anni, che hanno conosciuto uno sviluppo tecnico e scientifico senza precedenti, « sono apparse problematiche di carattere etico e filosofico a motivo del crescente impatto antropologico e sociale di esso.

  Ecco perché – ha spiegato ancora il cardinal Bertone – si impone oggi un’attenta e profonda riflessione sulla natura, sulle finalità e sui limiti della ricerca tecnica e scientifica » e, in definitiva, anche « un rinnovamento morale se si vuole che le risorse scientifiche e tecniche siano messe a servizio dell’uomo » .
  Oggi, infatti, per il segretario di Stato « da un lato si avverte l’insorgere di problematiche etiche complesse e inedite, in ragione di un divario che va allargandosi tra i rapidi sviluppi della ricerca scientifica e la disponibilità di strumenti e metodi di valutazione etica adeguati. Dall’altro siamo di fronte allo smarrimento delle leggi morali ereditate dalla tradizione, e questo facilmente degenera in assenza di leggi, come si è visto nella recente bufera finanziaria quando tutti hanno fatto appello a regole precise » . Non diverso il pensiero del presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, che ha ricordato che « ciò che guida gli scienziati, tanto nella verifica empirica che nella formulazione teorica, è la ricerca della verità.

  E tuttavia – ha aggiunto – tutti gli scienziati di ogni settore, nello sviluppo e nell’applicazione della tecnologia, si prefiggono anche l’obiettivo di raggiungere un progressivo miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo » .  Ma, ha avvertito Guarguaglini, « la scienza non ha né il compito né la possibilità di fornire una risposta alle domande basilari dell’uomo; domande la cui risposta è da cercare altrove, in un’indagine parallela e contigua al cammino della scienza » . E, dunque, il preteso contrasto tra scienza e fede « oggi si rivela velleitario e anacronistico » .
  Occorre piuttosto « definire con chiarezza i campi propri di ciascuna di queste discipline, dall’altro riconoscere l’innegabile relazione che c’è tra mondo spirituale, aspirazione alla libertà e conoscenza scientifica della verità » .

 Monsignor Gianfranco Ravasi,  presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa, si è detto ottimista: dopo secoli di sterili contrapposizioni, « è ora giunto il momento di guardare al futuro dei rapporti tra scienza e fede con ottimismo, perché, come diceva Giovanni Paolo II, la scienza può purificare la fede dalla superstizione e la fede può purificare la scienza dal dogmatismo. Scienziati e teologi devono guardare reciprocamente uno nel terreno dell’altro per cercare dei punti di intersezione. Per conservare la propria identità è necessario abbandonare gli integrismi e l’arroganza che genera radicalismo perché la verità non è appannaggio soltanto di uno dei due campi, la verità si conosce anche attraverso la poesia, l’arte, la musica e la fede » . Quanto a Galileo, Ravasi ha detto: « È importante ritornare sulla sua storia e auspico che l’Archivio segreto del Vaticano ripubblichi tutti i materiali inerenti al suo processo, e che magari Finmeccanica ne sostenga la pubblicazione » . Un grande fisico, come Ugo Amaldi, ha raccontato invece come lui ha risolto il nodo che sembra da sempre opporre scienziati credenti e scienziati atei: immaginando cioè una linea di confine che includa i problemi scientifici « lasciando al fuori tutte le domande non scientifiche » . Chi nega che esista « un progetto divino sulla natura » compie in realtà secondo Amaldi « un passo di trascendenza orizzontale » che non è giustificato « dal solo sapere scientifico ma è influenzato dal vissuto personale e da considerazioni filosofiche e sapienziali, che si trovano al di fuori del confine » .

  Mentre « non è sostanzialmente diverso il comportamento di colui che, guidato dalla sua diversa esperienza esistenziale e dalla sua ragione filosofica e ragionevolezza sapienziale, uscendo dal confine del sapere scientifico compie un passo di trascendenza verticale scegliendo, ad esempio, un’opzione religiosa o filosofica che privilegia la centralità dell’uomo nella natura » . E, dunque, la metafora del confine « mostra che, comunque e sempre, l’intelletto compie un passo di trascendenza: alcuni scelgono la trascendenza orizzontale, altri la trascendenza verticale, e le motivazioni stanno tutte al di fuori del confine del sapere scientifico » .  All’incontro di Finmeccanica che anticipa le celebrazioni galileiane, previste per il 2009 – ovvero a 400 anni dalla prima volta che Galileo puntò il telescopio sul cielo di Padova – hanno preso parte anche padre George V. Coyne, presidente emerito della Specola vaticana, il matematico Edoardo Vesentini e Riccardo Chiaberge, direttore del supplemento culturale domenicale del Sole 24 Ore.

 

Ravasi: nell’«anno di Galileo», scienza e teologia tornino a operare insieme
 «Galileo Galilei non fu mai condannato» e il Vaticano vuole far ripubblicare gli atti del processo per «rinfrescare la memoria» di quanti attendono ancora «pentimenti» che non avrebbero ragion d’essere: lo ha annunciato il presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, monsignor Gianfranco Ravasi (a destra nella foto), a margine di un incontro tra le pontificie accademie. «Il Papa – ha detto Ravasi – non firmò la sentenza e i cardinali non raggiunsero l’accordo per la condanna, per questo sarebbe bene ripubblicare gli atti nella loro totalità, in modo da averli ancora a disposizione in una edizione la più possibile accurata e rigorosa dal punto di vista critico». Senza però voler «ritornare sempre – ha sottolineato Ravasi – a usare la storia come un tribunale, il che permette, sì, di purificare il passato, però adesso dobbiamo guardare verso il futuro». In vista dell’Anno galileiano Ravasi annuncia alcune iniziative vaticane: una riflessione sul tema dell’evoluzione biologica; la partecipazione al quattrocentenario delle rilevazioni di Galileo col cannocchiale; un grande convegno, a marzo, con teologi, scienziati e filosofi; infine una riflessione su fede e ragione. Alla fine – ha concluso Ravasi – «l’ oggetto della scienza e della teologia è comune: insieme consideriamo la realtà e il cosmo. Occorre tornare alla verità, a qualcosa che ci precede e ci eccede, nei cui confronti però dobbiamo muoverci, seppure con percorsi diversi, per scoprirne la complessità».

 

     

Riflessione su Maria (da Gigi Bovo)

Dicembre 9, 2008

Maria, vergine dell’attesa

Se andiamo alla ricerca di un motivo esemplare che possa ispirare i nostri passi, e dare agilità alle cadenze del nostro cammino in questo periodo che ci separa dal Natale, dobbiamo assolutamente rifarci alla Madonna. Lei è la Vergine dell’attesa, la Vergine dell’Avvento, la Madre dell’attesa.

Lo sapete che nel Vangelo, prima ancora che ci venga detto il suo nome, viene riferito un fremito d’attesa che ardeva nella sua anima? San Luca, prima ancora di dirci che «il suo nome era Maria» (Lc 1, 26), ci dice un’altra cosa: «In quel tempo l’angelo Gabriele venne mandato ad una ragazza promessa sposa ad un uomo di nome Giuseppe, della casa di Davide» (Lc 1, 26-27).

«Promessa sposa», cioè fidanzata! Noi sappiamo che la parola fidanzata viene vissuta da ogni donna come un preludio di tenerezze misteriose, di attese. Fidanzata è colei che attende. Anche Maria ha atteso; era in attesa, in ascolto: ma di chi? Di lui, di Giuseppe! Era in ascolto del frusciare dei suoi sandali sulla polvere, la sera, quando lui, profumato di vernice e di resina dei legni che trattava con le mani, andava da lei e le parlava dei suoi sogni.

Maria viene presentata come la donna che attende. Fidanzata, cioè. Solo dopo ci viene detto il suo nome. L’attesa è la prima pennellata con cui san Luca dipinge Maria, ma è anche l’ultima. E infatti sempre san Luca il pittore che, negli Atti degli apostoli, dipinge l’ultimo tratto con cui Maria si congeda dalla Scrittura. Anche qui Maria è in attesa, al piano superiore, insieme con gli apostoli; in attesa dello Spirito (At 1, 13-14); anche qui è in ascolto di lui, in attesa del suo frusciare: prima dei sandali di Giuseppe, adesso dell’ala dello Spirito Santo, profumato di santità e di sogni.

Attendeva che sarebbe sceso sugli apostoli, sulla chiesa nascente per indicarle il tracciato della sua missione.

 

Maria, Vergine e Madre dell’attesa

Vedete allora che Maria, nel Vangelo, si presenta come la Vergine dell’attesa e si congeda dalla Scrittura come la Madre dell’attesa: si presenta in attesa di Giuseppe, si congeda in attesa dello Spirito. Vergine in attesa, all’inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell’arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l’altra cosi divina, cento altre attese struggenti. L’attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L’attesa di adempimenti legali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L’attesa del giorno, l’unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L’attesa dell’«ora»: l’unica per la quale non avrebbe saputo frenare l’impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L’attesa dell’ultimo rantolo dell’unigenito inchiodato sul legno. L’attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all’infinito.

 

 

 

Con la lampada accesa

E noi oggi di che cosa parliamo se non di Avvento, di attesa? Voi promettete fede al Signore e con i vostri sospiri, con i vostri sentimenti, con le vostre attese, ricevete le tenerezze misteriose che vi riserva: vigilanti, così come si vive il periodo del fidanzamento, con il tripudio interiore.

Un giorno le nozze dell’Agnello le celebreremo tutti quanti. Saremo tutti invitati, tutti protagonisti. Verrà questo giorno!

Nei tempi gelidi che stiamo vivendo, nell’appannamento dei nostri entusiasmi e nella tristezza dei nostri peccati, non possiamo sentirci mancare il coraggio, al punto da non annunciarvi queste cose con forza, per quanto possano sembrare lontane, utopiche. No, non sono utopie, sono invece i luoghi dove noi realizzeremo veramente la nostra felicità, il nostro bene. Questo vi annunciamo oggi!

Le ragazze che sono davanti a me, sono anche un po’ l’icona di quello che dovremmo essere: con l’abito bianco, con la lampada accesa, in attesa; disponibili non soltanto a tenere la lampada accesa, ma anche a conservare una riserva sufficiente di olio nei recipienti, al punto che quando qualcuno ci rivolge quella preghiera così implorante e così umana che dice: «Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono!», noi possiamo rispondere non come le vergini prudenti: «No, perché non basta ne a noi ne a voi» (Mt 25, 9), ma: «Sì, vogliamo correre il rischio che non basti ne a noi ne a voi».

A voi che oggi non fuggite per la tangente dell’irreale, ma fate una scelta di concretezza, vorrei dire: «Amate il mondo e siate disponibili a dare l’olio alle lampade del mondo, perché anche il mondo possa attendere e possa vivere l’attesa».

La vera tristezza

Oggi non si attende più. La vera tristezza non è quando ti ritiri a casa la sera e non sei atteso da nessuno, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. E la solitudine più nera la soffri non quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi accendere più: neppure per un eventuale ospite di passaggio. Quando pensi, insomma, che per te la musica è finita. E ormai i giochi sono fatti. E nessun’anima viva verrà a bussare alla tua porta. E non ci saranno più ne soprassalti di gioia per una buona notizia, ne trasalimenti di stupore per una improvvisata. E neppure fremiti di dolore per una tragedia umana: tanto, non ti resta più nessuno per il quale tu debba temere. La vita, allora, scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco. Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere. Hanno detto addirittura che la santità di una persona si commisura dallo spessore delle attese. E forse è vero.

Oggi abbiamo preso, invece, una direzione un tantino barbara: il nostro vissuto ci sta conducendo a non aspettare più, a non avere neppure il fremito di quelle attese che ci riempivano la vita un tempo: quando, non so, aspettavi profumi di mosti, o il cigolare dei frantoi o il grembo di tua madre che si incurvava sotto il peso di una nuova vita, o i profumi dei pampini, degli ulivi, o il profumo di spigo, di mele cotogne. Forse sto scappando anch’io per le tangenti del sogno, però – dite la verità – è così standardizzata la nostra vita, è così incastrata nei diagrammi cartesiani che c’imprigionano e ci stringono all’angolo, che non sappiamo più aspettare. Intuiamo tutti che abbiamo una vita prefabbricata, per cui ci lasciamo vivere, invece di vivere.

 

 Una «pro-vocazione»

Oggi l’Avvento c’impegna invece a prendere la storia in mano, a mettere le mani sul timone della storia attraverso la preghiera, l’impegno e starei per dire anche l’indignazione: indignatevi un po’, fratelli e sorelle! Indignatevi, perché abbiamo perso questa capacità; anche noi sacerdoti, anche noi vescovi, non ci sappiamo più indignare per tanti soprusi, tante ingiustizie, tante violenze… Tutto quello che viviamo ora, qui, non è solo una simbologia. Vorrei dirvi, cari fratelli, che questi ragazzi, Antonio e Stefano e poi Barbara e Francesca e Lorella e Miriam, devono diventare per noi una provocazione, uno scrupolo, una spina di inappagamento, messa nel fianco della nostra vita, un’icona, una «pro-vocazione», una chiamata da parte di chi sta un po’ più avanti. Con i gesti anche paradossali delle scelte audaci, ci stimolano ad essere uomini dell’attesa come Maria; ci spingono a non diffidare mai dei sogni, per essere capaci sempre di annunciare al mondo rovesciamenti da troni e innalzamenti dello stereo, come Maria, donna dell’attesa, che ha aspettato questa ricollocazione sui troni della giustizia per tutti coloro che, invece, vivono nel fetore delle stalle e nel sopruso degli egemoni, che schiacciano sempre la gente.

Attesa, attesa, ma di che? Che cosa aspettiamo?

Aspettiamo prima di tutto un cambio per noi, per la nostra vita spirituale, interiore, e poi avvertiamo che stiamo camminando su speroni pericolosi, su rocce che possono farci ruzzolare da un momento all’altro. Forse abbiamo assunto un modo non proprio allineato alla logica delle beatitudini.

Attesa quindi di rinnovamento per noi, attesa di rinnovamento per la storia dell’umanità. Attesa di cambi interiori della nostra mentalità: non siamo ancora capaci di pronunciare una parola forte per dire che la guerra è iniqua, che ogni guerra è iniqua! Ancora ci stiamo trastullando con i concetti della guerra giusta o ingiusta, o della difesa…

Abbiamo nelle mani il Vangelo della non violenza attiva, il codice del perdono, ma siamo ancora cristiani irresoluti, che camminano secondo le logiche della prudenza carnale e non della prudenza dello Spirito. Siamo gente che riesce a dormire con molta tranquillità, pur sapendo che nel mondo ci sono tante sofferenze. Sopportiamo facilmente che, all’interno della nostra città, col freddo che fa, le stazioni siano assediate da terzomondiali o da persone che vivono allo sbando, che non hanno più progetti.

Macché fidanzamento, che sogni, che attese di sandali, che profumi di vernice o di santità! Molta gente odora soltanto della tristezza dei propri sudari.

Fratelli e sorelle, vergini fidanzate, provocate questa gente! Oggi ci sono tante fotografie per voi, tanti lampeggiamenti di flash; sarebbe molto bello che ognuno di voi, con il suo obiettivo allargato, imprimesse la provocazione di un’attesa di cieli nuovi e terre nuove. Anche tu, Stefano, che ti accingi ad entrare nel consesso presbiterale; e tu, Antonio, che ci sei già entrato, che sei già lettore e annunci la parola di Dio e da oggi tocchi anche le patene, le pissidi: tocchi quello che sarà il corpo vivente del Signore. Questo contatto con i vasi sacri, col grano fatto pane, con l’uva fatta vino, ti mette in rapporto con il cosmo, con questa realtà materiale, toccabile, perché il regno di Dio viene costruito non con i fumi delle nostre utopie ma con le pietre che vengono scavate nelle cave della storia, della terra. Scommetto che anche il pane che si mangia nel cielo è intriso delle acque della nostra terra e del grano che viene prodotto dai nostri campi!

Buona attesa, dunque. Il Signore ci dia la grazia di essere continuamente allerta, in attesa di qualcuno che arrivi, che irrompa nelle nostre case e ci dia da portare un lieto annuncio!

(Don Tonino Bello, Avvento e Natale. Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 45-54).

 

 

Scienza e fede

Dicembre 8, 2008

LA PARTICELLA DI DIO (il bosone di Higgs) E I MISTERI DELLA FEDE  – da samuele baio

 

1.       Il cristianesimo è irrazionale ed a-scientifico e i cristiani sono allocchi ed allucinati

A monte delle posizioni – importantissime – della Chiesa sugli argomenti fondamentali spirituali e di etica personale, sociale ed economica esiste il problema della credibilità del sistema di valori su cui si basa il cristianesimo derivanti da Dio Padre, Figlio e Spirito Santo  - Trinità – , senza del quale la nostra religione vale quanto un’altra. Sopranaturale, trascendente, non contro il naturale.

In questo momento storico in cui la scienza è assunta a “verbo”,  rivisitare con forza le Verità e ribadire che vi è armonia tra scienza ragione e fede è una delle dimensioni che rende credibile il cristiano, accanto alle altre.

A questo proposito  cito due testi: il primo dell’ateo  Ernesto Galli Della Loggia (Corriere 3 novembre 2008).  “La critica della religione è rimasta il solo e vero denominatore comune sopravissuto alle infinite vicissitudini della cultura moderna. Dell’illuminismo, del marxismo, del darwinismo, del freudismo e di ogni altro “ismo” tutti gli snodi e gli assunti sono stati di volta in volta smentiti, contraddetti ed abbandonati. Una sola cosa è restata: l’idea che la religione e quindi innanzitutto0 il cristianesimo, rappresenta la prima alienazione” dell’umanità premoderna, di cui i tempi nuovi esigono che ci si sbarazzi. La religione è diventata intellettualmente impresentabile e dunque sempre meno rappresentata culturalmente. “

Il secondo è un breve estratto del recente discorso del Papa Benedetto XVI  alla Pontificia accademia delle scienze (ottobre 2008). “ Nonostante elementi irrazionali, caotici e distruttivi nei lunghi processi  di cambiamento del cosmo, la materia in quanto tale è “leggibile”. Possiede una matematica innata. (Questo grande papa ha colto nel segno come dirò di seguito!)  Evolvere significa letteralmente “srotolare un rotolo di pergamena, cioè leggere un libro”  Galileo vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio.” 

Il problema: perché Dio può fare e disfare a suo piacimento qualsiasi cosa (nascita da una Maria Vergine, risurrezione, miracoli vari, etc.) contravvenendo al principio di non contraddizione, contro quindi le regole matematico-fisiche che lui stesso aveva definito in natura?   Astraendo:  è una questione di fede – ragione – scienza, visti  come campi  in contraddizione.  Dal punto di vista teologico/filosofico si dice che Dio opera mediante la natura senza contraddirla. Il punto è cercare di capire come ciò potrebbe avvenire in pratica. Diversamente ogni speculazione fi8losofico/teologica potrebbe essere confutata.

La cultura in generale, tramite i suoi canali multimediali, dipinge i cristiani come allocchi, creduloni ed allucinati.  Oltre agli autori del passato e quelli non italiani, si leggano gli interventi attuali di Odifreddi, Augias, Piovani, Veronesi, etc. Ed anche qualche “teologo”  del tipo Hans Kung.  Il cristianesimo è una religione costruita, vi sono enormi contraddizioni nella Bibbia, la risurrezione è un fatto di allucinazione collettiva, etc. La scienza (o scientismo) è il nuovo Dio,  gli scienziati sono i guru che dicono la loro verità cui i comuni mortali devono credere. Il cristianesimo è a-scientifico ed irrazionale.

Ovviamente autori  e scienziati che  contraddicono  questa tesi sono messi in disparte o trattati con sufficienza.

 

 

2.      Obiettivo

L’obiettivo che mi propongo è quello di indicare alcune piste di ricerca scientifica applicata ai misteri della fede che si collegano alla “matematica innata” nonché alla fisica attuale, due campi in cui si è talmente avanti da divenire irriconoscibili rispetto a pochi decenni fa’.   Dio non si contraddice con le leggi sulla natura (qualunque essa sia, inanimata od animata).  Anche nel caso di miracoli ( definito fatto improbabile il cui effetto è quello di attuare il disegno di Dio sull’universo)  Egli userebbe delle leggi che noi  possiamo solo intuire o dedurre, ma non conosciamo pienamente (diversamente saremmo Dio  - si ricordi l’albero della conoscenza ….) Premessa fondamentale:  vengono esposte di seguito  alcune teorie e fatti in modo sintetico e divulgativo. Per chi è interessato la seguente bibliografia può essere di aiuto.

-          Frank J. Tipler  - La fisica del cristianesimo – Mondadori.  Professore di fisica matematica alla Tulane Univesity a New Orleans. Espone idee ardite o temerarie, che comunque provocano ed affascinano

-          Colombo, Giorello, Sindoni – L’intelligenza dell’universo – Piemme. Fisici e filosofi

-          Jean Guitton – Dio e la scienza – Bompiani  (in collaborazione con Grichka ed Igor Bogdanov). Filosofo

-          Hans Kung – L’inizio di tutte le cosa – Rizzoli. Teologo

-          Brian Green – L’universo elegante – Einaudi. Fisico-matematico prof. Alla Columbia University di New York

-          Francis S. Collins – Il linguaggio di Dio – Sperling & Kupfer. Genetista di fama internazionale, a lungo a capo del Human Genome Project. Da ateo a fervente credente.

-          Martin Rees – I sei numeri dell’universo –  Rizzoli. Sir Martin Rees è uno dei più eminenti astrofisici teorici della nostra epoca.

-          Grichka ed Igor Bogdanov – Prima del big bang: l’origine dell’universo – Longanesi.  Fisico-matematici, (Academie nationale des Sciences) tramite strumenti matematici avanzati hanno proposto una teoria affascinante sulla Singolarità iniziale.

 

3.  Il metodo matematico-fisico

La fisica procede di pari passo con la matematica.  Dalle osservazioni o intuizioni viene ricavata una teoria con il supporto della matematica e quindi detta teoria viene sottoposta a verifica sperimentale.  La fisica stimola la matematica ad elaborare nuovi metodi (es. gruppi quantistici). Per gli argomenti di queste riflessioni si entra nel mondo  di ordini di grandezza infinitamente piccoli (fisica delle particelle e meccanica quantistica) o infinitamente grandi (astrofisica, cosmologia),  i cui concetti sono al di fuori della portata della normale esperienza.

Ad esempio. Einstein ha scoperto la teoria cosiddetta della relatività generale con delle intuizioni supportate da equazioni e quindi c’è stata  la verifica sperimentale.  Dico cosiddetta perché Einstein l’aveva chiamata la teoria della invarianza (la velocità della luce è costante qualunque sia il moto dell’osservatore). E’ quindi una teoria dell’assoluto.  Curiosità: dato che Einstein “credeva” che l’universo fosse statico e questo non risultava dalle equazioni, aveva introdotto una “costante cosmologica”  per permettere una coerenza tra quanto credeva ed il risultato delle equazioni.  Qualche decennio più tardi invece si è dimostrato che l’universo è in espansione e la costante cosmologica ha assunto un altro significato. Ma la validità della teoria rimane.

Cito alcune grandezze a livello dell’ infinitamente grande: il big bang è avvenuto 13,7 miliardi di anni fa, le distanze si misurano in anni luce (la luce viaggia a 300.000 KM/sec.), il numero di galassie è dell’ordine di miliardi, il numero di stelle e pianeti per galassia è anch’esso dell’ordine di grandezza di miliardi, l’universo ha un diametro di circa 10 miliardi di anni-luce. Inoltre si sta formando la convinzione/certezza che potrebbero esistere molti universi (multiverso), come risulterebbe dal complesso sistema di equazioni fisico-matematiche. Nota. Alcuni studiosi hanno calcolato che gli uomini vissuti sulla terra a partire dall’homo sapiens siano ad oggi circa 60 miliardi. Pochissimi … e quando risorgeremo ci sarà “spazio”  per tutti ….

A livello micro cito solamente  il muro di Plank, la più piccola unità misurabile in termini di spazio (10 elevato  meno 33 cm) e di tempo (10 elevato meno 43 sec. il tempo necessario perché la luce percorra lo spazio di Plank)

 

4.      In principio erat Verbum 

La teoria fisico-matematica attuale ( il lavoro dei fratelli Bodjanov trova un vasto consenso) postula che prima del big bang “caldo” (13,7 miliardi di anni fa) vi sarebbe stato un big bang “freddo”, un punto 0, una singolarità iniziale ( o Singolarità) in cui le condizioni sarebbero state di zero materia-energia ed infinito di informazione (secondo la funzione di Dirac). Quindi tutte le informazioni per la creazione della materia/energia, spazio/tempo erano presenti in questa  Singolarità. Lo 0 zero non vuol dire vuoto, che non esiste. Da qui si deduce che la vera questione è la scelta tra Dio o il caso. L’evoluzione sarebbe quindi  un falso problema, essendo tutte le informazioni e logiche di sviluppo dell’universo già presenti (i sei numeri di Martin Rees, certi numeri apparentemente numerosi come il pi greco).  Dopo questa singolarità gli studiosi parlano di fluttuazioni quantistiche che arrivano al big bang caldo con la creazione di materia ed energia nello spazio/tempo.   E’ impressionante come S. Giovanni sia stato ispirato a parlare di “Verbum”, che si può tradurre con “informazione infinita”. Cos’è la parola, la ragione (logos) senza informazioni da elaborare  e comunicare?

 

5.  I campi  fondamentali della fisica

I tre capitoli fondamentali della  la fisica attuale sono: la meccanica quantistica, la relatività generale e relatività quantistica, il modello standard dell’atomo.

Dalla meccanica quantistica si deducono alcune conclusioni importanti. Innanzitutto che esistono molti universi (multiverso) Questa implicazione non è molto semplice da accettare anche  da premi Nobel, ma pare che non ci siano altre interpretazioni. Ovviamente i molti universi devono essere compatibili con le leggi  della fisica e così vengono esclusi ad esempio quelli improntati alla magia (Harry Potter).

Inoltre anche l’uomo deve essere  una funzione d’onda ed avere una natura quantomeccanica. Non possiamo supporre che elettroni ed atomi obbediscano all’equazione di Schrodinger etc. e noi no, anche se non ce ne accorgiamo a livello macroscopico.

Ancora: la probabilità è sempre una espressione della limitatezza della conoscenza umana e non è mai un aspetto della natura. La probabilità nella meccanica quantistica è ampiamente utilizzata ed è una espressione dell’ignoranza  umana e la teoria afferma pure che anche in linea di principio è impossibile superare questa ignoranza.  

Infine si deduce l’identità quantomeccanica e l’effetto tunnel quantistico (qui senza commento).

Tra gli aspetti derivati dalla teoria della relatività sottolineo il determinismo  che nella meccanica quantistica relativistica è chiamato unitarietà. Brevemente: il tempo procede solo in una direzione (avanti)

 

e la funzione d’onda è controllata dall’operatore di evoluzione temporale. Si dimostra che vale l’inverso di questo operatore (detto operatore hermitiano coniugato) e  questo significa che possiamo concepire il determinismo come qualcosa che opera anche a ritroso nel tempo, oltre che avanti.  Normalmente si ammette che il futuro ed il presente siano determinati da ciò che è accaduto nel passato. Ma si può ipotizzare correttamente che lo stato futuro dell’universo determini gli stati presenti e passati. In filosofia questo si chiama teleologia.  Ciò che sta accadendo oggi nell’universo è determinato anche dalla meta che è stata fissata nel futuro, nella Singolarità finale (big crunch), che dovrebbe essere uguale alla Singolarità iniziale (e cioè ritornare ad avere zero materia – energia ed infinito di informazione).  Nota. Se a queste due singolarità  si aggiunge la Singolarità del presente (senza spiegazione),  si potrebbe intuire  la Trinità.

Infine il modello standard studia le particelle che compongono l’atomo, che sono raggruppabili in due grandi famiglie: i fermioni (i mattoni della materia) ed i bosoni (dal fisico indiano Satyendra Nath Bose) che sono campi di forza. Non sto ad elencare le particelle e le antiparticelle, i neutrini (importantissimi) le forze, la materia e l’antimateria, etc.  Parlo solo del campo bosonico di Higgs e della sua importanza. Secondo il modello standard  questo campo bosonico pervade tutto lo spazio con una enorme potenza ed una densità di circa 10 elevato 26 grammi per centimetro cubo (l’acqua è 1 grammo e l’aria  10 elevato  a meno 3) Esso fa si che le particelle della forza debole (la spiegazione sarebbe troppo lunga) abbiano massa.

Se tramite il Large Hadron Collider  del CERN di Ginevra (gli adroni: altro nome) si potessero individuare i campi di Higgs (dedotti per via matematica/fisica), in cui la carica di una o più particelle si convertirebbe in materia grazie alla equivalenza di Einstein fra massa ed energia (E= m cquadrato), si darebbe un fondamento sperimentale alla teorie, non ancora ben giustificate ancorchè fisicamente le uniche sensate.  Può esistere teoricamente un meccanismo di Higgs capace di dare massa a particelle subatomiche. Questo potrebbe essere uno dei tanti meccanismi possibili per arrivare a completare coi parametri mancanti quel modello standard che serve per capire la primordiale formazione delle masse. E spiegare alcuni enigmi astronomici quali la materia oscura e l’energia oscura, che insieme alla materia “visibil” riempie l’universo perché il vuoto non esiste!

I  giornalisti hanno coniato uno slogan ad effetto, ancorchè sensato: la particella di Dio!  Vedremo la reazione degli atei….

Infine nel modello standard la generazione di particelle barioni e leptoni è chiamato bariogenesi di sphaleron (greco: pronto a cadere),  che presuppone energie elevatissime. Questo processo potrebbe essere utilizzato per convertire integralmente materia in energia. Se riuscissimo a scoprire il modo per servirci di questo processo avremmo una fonte nuove e potente di energia che convertirebbe il 100% della massa in energia, invece dell’1%  scarso  come accade nelle reazioni nucleari.

Curiosità. Da calcoli  derivanti dal limite di Bekenstein si deduce che un uomo può essere descritto  al massimo da 3,2 per 10 elevato 44 byte e che è composto da 10 elevato 28/29 atomi….

 

 

 

 

6.       La risurrezione

Tutte le verità rivelate avrebbero (o si potrebbe dedurre) un fondamento scientifico:  Incarnazione, Resurrezione, Immacolata concezione,  Assunzione,etc . Il libro di Tipler ripercorre queste verità alla luce delle teorie di cui sopra.

Ad esempio: la Resurrezione, è un fatto possibile secondo le leggi della fisica.  Infatti la legge che sta alla base della resurrezione di Gesù è quella scoperta da Gerardus’t Hooft  nel 1976, premio Nobel nel 1999.  Si tratta della annichilazione barionica tramite effetto tunnel elettrodebole o bariogenesi elettrodebole o di sphaleron. (qui senza spiegazione)  Questo provocherebbe una improvvisa smaterializzazione (sparizione dalla vista) e rimaterializzzione (apparizione in una stanza). La reazione essenziale  è quella  che convertirebbe un protone ed elettrone in neutrini ed antineutrini. La materia del corpo di Gesù potrebbe essere stata convertiti in neutrini. La trasfigurazione invece potrebbe essere avvenuta tramite conversione di materia in fotoni (luce sfolgorante).

Questo fenomeno della bariogenesi non può attualmente essere osservato nei nostri acceleratori di particelle perché dai calcoli richiederebbe una energia di 10TeV, cioè 10 trilioni di elettronvolt. Il Cern con l’esperimento del LHC fornirebbe solo 5 TeV (ed i limiti costruttivi sono apparsi evidenti perché si è subito arenato ….)  Si potrebbe inoltre studiare la Sindone ed il sudario di Oviedo con metodi fisici perché secondo questa ipotesi, i neutrini avrebbero avuto una interazione con gli atoni del lino appena sufficiente per sollevarla ed avrebbero allontanato i grumi di sangue sopra incollati.

In questo ragionamento  vi è una lacuna:  come potrebbe essere creato un  campo di sphaleron su scala macroscopica?  Ai posteri …..  Comunque già nel passato veniva adombrata una ipotesi del genere. Si ricordi che Don Pace proponeva una interpretazione del passaggio di Gesù attraverso le porte dopo la risurrezione dicendo che veniva  applicata una forza maggiore di quella che teneva insieme gli atoni (gluone, energia forte).

 

Conclusione

Alcune teorie potrebbero essere smentite. (vedi l’espansione dell’universo di Einstein; anche Galileo credeva che l’orbita terrestre fosse circolare, mentre è ellittica e non aveva saputo spiegare perché la luna ruotasse attorno alla terra …..). Altre ne potrebbero nascere derivanti dagli studi sempre più approfonditi. La sostanza comunque non cambia: se tutto potrebbe essere dimostrabile e soprattutto se la Risurrezione non è un fatto di allucinazione, allora la Verità  è una ed una sola.  Con tutte le conseguenze del caso.

Mi spiace che la Chiesa non sia attrezzata (o non mi risulta, anche se vi sono illustri  personaggi dal canonico astrofisico Lemaitre (cui è dovuta la teoria del big bang) a Cabibbo per affrontare temi di matematica e fisica applicati alle Verità rivelate, che sono alla base del DNA, dell’ingegneria genetica, della neuronica, etc.  Ma forse è nella natura stessa del Creato le del Creatore lasciare evolvere il processo con sempre nuove conoscenze, svelare la Verità un po’  per volta, “srotolare il libro” che ha scritto.