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Dibattito sull’università
Novembre 12, 2008 di amicinave2008Saggi online dal “Foglio” di Ferrara (segnalato da Gusmini)
Agosto 25, 2008 di amicinave2008Vorrei segnalare… una serie di brevi saggi che “Il foglio” (edizione on line) di Giuliano Ferrara sta pubblicando dal mese di luglio.
Naturalmente, si tratta di argomenti importanti trattati con leggerezza, con grazia … ma chi ha detto che per trattare argomenti importanti, è necessario atteggiarsi a guru seriosi e barbosi?
Punto di partenza: l’articolo di G. Ferrara dell’8 luglio: RI-PARLIAMO DI CONCUPISCENZA. Seguono – in ordine sparso – articoli come i seguenti:
PARLIAMO DELLA VECCHIA CARA CONCUPISCENZA CARNALE
IL FALO’ DEL DESIDERIO
CHI NON HA ISTINTO SESSUALE E’ UN VIZIOSO, PAROLA DI PRETE
ELOGIO DELL’OCA TENTATRICE
COME LA CAREZZA DI DIO
SODOMA E’ IL PARADISO SU QUESTA TERRA
LA MISTICA DELL’EROS
DIO E’ MORTO E LA CONCUPISCENZA PURE …
Oggi, 22 agosto, la serie è arrivata al nr. 18. A mo’ d’esempio, riporto un passo di don G. Baget Bozzo:
“E’ significativo che la prima enciclica di Benedetto XVI abbia per tema la concupiscenza e la mistica, l’eros e l’agape. L’amore come passione umana, l’amore come passione divina. Non è mai accaduto che una enciclica parlasse un linguaggio della erotica e della mistica come un linguaggio unitario. Se dovessimo tradurre nel linguaggio della tradizione teologica i termini usati dal Papa, dovremmo dire che eros corrisponde alla natura e l’agape alla grazia. Ma il Papa ha preferito usare un linguaggio diverso che mette in relazione appunto l’erotica e la mistica, la passione dell’uomo per l’altro e per il dominio dell’altro la passione di Dio per donare l’uomo sé stesso. Il Papa ha così voluto segnare l’uscita della chiesa dal tempo della secolarizzazione. E questo avviene quando un laicismo totale tende a fare della scelta umana la realtà della natura e il contenuto della libertà”.
Basta cliccare www.il foglio.it e si possono legge – gratuitamente – la ventina di saggi ospitati
DON LUIGI MELESI (segnalato da Ferrari)
Agosto 25, 2008 di amicinave2008Da “Famiglia Cristiana” del 17.08.2008 – pagg. 58 – 59
Attualità – Carceri
di Emilia Patruno
DON MELESI, DA TRENT’ANNI CAPPELLANO A SAN VITTORE
IL PRETE DEI “FUTURI SANTI”
NEL PENITENZIARIO MILANESE, DON LUIGI VIVE CON I CARCERATI,
SI INTERESSA DEI TANTI PROBLEMI DI OGNI GIORNO, DICE MESSA.
E SPIEGA CON AMORE CHE ANCHE LORO SONO FIGLI DI DIO.
«Io sono nato a Cortenuova, in Valsassina, provincia di Lecco. Ero uno di sette fratelli, e due di noi sono diventati sacerdoti. Mio fratello Pietro, padre Pedro, come lo chiamano nel Mato Grosso, dov’è missionario, ha nove anni più di me, cioè 84, e ci vediamo ogni due anni. Io sono qui, a Milano. È qui la mia missione».
Quando dice “qui”, don Luigi Melesi vuole dire Milano, l’istituto dei Salesiani, che è la congregazione cui appartiene, ma anche il carcere di San Vittore, il suo luogo di lavoro e di evangelizzazione.
«Sono stato mandato nel 1978, perché il cardinale Colombo aveva chiesto al superiore dei Salesiani “uno di noi”. Io avevo fatto per vent’anni il prete-insegnante con i ragazzi della casa di rieducazione di Arese, l’ex Beccarla (Istituto penale minorile); per questo motivo mi considerava “abilitato” anche per gli adulti. Avrei dovuto prestare servizio per tre mesi. Sono diventati trent’anni».
Don Luigi è un “tipo tosto”. La sua giornata comincia alle 5,30 e finisce oltre la mezzanotte: «Incontro i detenuti che ne fanno richiesta e celebro le Messe. A San Vittore celebriamo (oltre a don Luigi c’è don Alberto Barin, ndr) diverse Messe: in Rotonda, che sta al centro dei sei raggi dai quali arrivano i prigionieri, e tutti hanno il diritto di parteciparvi; poi nella sezione femminile, nel centro clinico per gli ammalati, nel reparto penale per alcuni definitivi, nella sezione dei detenuti protetti e nel reparto di massima sicurezza».
Con Dio al centro del mondo
«Il prete del carcere», prosegue don Luigi, «deve rendersi presente dove si trova il prigioniero. Anche nei giorni feriali celebriamo la Messa a piccoli gruppi. I detenuti partecipano con verità e consapevolezza. La Messa è un sacramento coinvolgente, lo sperimento ogni volta. Si ricevono messaggi innovativi e sempre di un’attualità impensabile, ci si carica di energia positiva e contemporaneamente ci si sente liberati dall’angoscia, si vive con tutti i presenti una relazione di pace vera, profonda. Ci si sente in comunione con la propria famiglia, resa sempre presente dal sacerdote celebrante; per un’ora si vive con Dio al centro del mondo».
Un lavoro grande. «E duplice: di bonifica della persona e di semina della parola di Dio, come diceva Gesù, con un’immagine bellissima».
Un lavoro che non finisce mai. «Ritengo che il sacerdote del carcere debba fare così se vuol far sì che il detenuto senta che è veramente con lui. Il carcere incattivisce, produce danni, rovina le famiglie. Quindi, vado in tribunale, dai magistrati, presso gli avvocati, nelle loro famiglie, nelle parrocchie che hanno detenuti in carcere, sul posto di lavoro… E anche con gli ex detenuti».
«Siete utili, siete preziosi, potete avere un futuro…»: questo, non si stanca di ripetere ai detenuti (lui li chiama i “prigionieri”). Li spinge a pensare («Ragione, amorevolezza, religione: queste erano le armi che ci ha consegnato Don Bosco»), a leggere, a uscire dall’apatia, dalla disperazione.
Dice loro che possono diventare buoni. Anzi, che possono diventare santi. Proprio così, “santi”.
Sono molti gli ex detenuti che lo seguono. Uno fra tutti, Giorgio Semeria, ex brigatista che ora fa catechesi e distribuisce a più non posso il libro di don Luigi. Sì, perché tra una cosa e l’altra, il cappellano di San Vittore ha trovato anche il tempo di scrivere La vita di Gesù Cristo raccontata dai suoi testimoni (Editrice Elledici, 6 euro), raccontata in maniera unitaria e continuativa, e, nel limite del possibile, con un ordine cronologico, certo che «il Vangelo sia capace di suscitare, anche nella nostra gente contemporanea, entusiasmo, fede viva e amore sincero».
Dalla fede alla speranza
«A me» dice don Luigi, «il Gesù del Vangelo ha fatto conoscere l’”uomo” per quello che è realmente, andando oltre la sua maschera e i suoi fatti, anche criminosi, provocati da una forza maligna capace di renderlo folle e schiavo, pur essendo stato creato per essere “libero” di amare, vivere e gioire. Mi ha insegnato ad amare l’uomo, a rispettare la sua angoscia, a condividere la sua sofferenza, ad aiutarlo a costruire relazioni significative. E ho visto che la fede nel Gesù del Vangelo ha ridato speranza a tanti disperati che ho incontrato in carcere, che si sentivano spinti verso il buio della morte per oscurare definitivamente una vita condannata al fallimento totale da una giustizia che salva la legge, ma uccide gli uomini».
Proprio a loro, a quei disperati, futuri “santi”, è dedicato il libro di don Luigi Melesi, nella speranza che la Buona Notizia raggiunga prima di ogni altro il loro cuore («Vi toglierò un cuore di pietra e vi darò un cuore di carne»).
RICORDO DI DON BARTOLINI (da Gusmini)
Luglio 10, 2008 di amicinave2008DON BARTOLINI SI È CONSEGNATO NELLE MANI DI DIO
Don Bartolino Bartolini, 1928-2007
un profilo biografico
LA FAMIGLIA E LA PREPARAZIONE
È difficile condensare in poche pagine il profilo di una persona come don Bartolino, che lascia in molti di noi ricordi indelebili e i segni di una personalità ricca e dai molti volti. Più facile è segnare le date entro le quali si svolse la sua vita piena e operosa.
Nasce a Montemurlo (Firenze) il 15 agosto 1928 da Giovanni e da Adelaide Palandri, primo di tre fratelli: dopo di lui vennero al mondo Francesco e Raffaello, con i quali mantenne un bellissimo rapporto che durò per tutta la vita: una famiglia molto unita e sempre vicina a don Bartolino, anche per il prezioso apporto delle cognate Sara e Rosalba e dei nipoti. Frequentò le scuole ginnasiali presso l’Istituto Salesiano di Firenze. Entrò in noviziato a Roma all’istituto Mandrione nel 1944 e fece la sua prima professione il 21 novembre 1945 a Roma San Callisto. Compì gli studi secondari allo studentato filosofico di San Callisto.
Per tre anni, poi, fu a Firenze, dove si accostò alla vita salesiana concreta facendo l’animatore e l’insegnante ai giovani allievi di quell’Istituto. Si consacrò totalmente al Signore con la professione perpetua il 25 agosto 1950 a Firenze. Frequentò il corso di studi teologici a Bollengo, presso Ivrea, dal 1950 al 1954; qui ricevette l’ordinazione sacerdotale il 1° luglio 1954.
Dal 1954 lo troviamo a Torino Rebaudengo dove, per tre anni, frequenta i corsi universitari presso la Facoltà di Filosofia; in questo periodo la sua intelligenza, spontaneamente portata verso la speculazione, ebbe modo di arricchirsi, di dilatare e approfondire le sue conoscenze, ponendo le basi di quella che, per diversi anni, fu la sua passione: l’insegnamento o, meglio, l’educazione delle giovani intelligenze ad accostarsi alla fede con l’aiuto di una ragione severa e rigorosa.
SALESIANO TRA I GIOVANI
Dal 1957 al 1960 lo troviamo insegnante e animatore presso il nostro liceo di Genova- Sampierdarena. Dal 1960 al 1966 è chiamato a Nave (Brescia) nello studentato filosofico come animatore dei postnovizi e insegnante di filosofia. Sono i fervidi anni del Concilio e dell’immediato postconcilio, e i giovani chierici trovano in don Bartolini un sacerdote aperto ed entusiasta che li introduce alle novità conciliari, specialmente nel settore della spiritualità, della preghiera e delle celebrazioni liturgiche.
Da 1966 al 1967 lo troviamo ancora nella sua ispettoria d’origine, ad Alassio, come professore di filosofia nel liceo e animatore. Dal ’67 al ’71 passa in Veneto come professore di Morale e catechista nello studentato teologico di Monteortone prima, e di Verona-Saval poi; anche qui crea un clima di fervente impegno per l’aggiornamento inaugurato dalla stagione postconciliare. Tanti chierici, suoi allievi di questi anni, hanno continuato a fare riferimento a lui e al suo insegnamento ed hanno instaurato con don Bartolino un rapporto che è durato nel tempo.
LA STAGIONE DI LEUMANN: LA MATURITA’
Nel 1971 la sua vita salesiana subisce un cambiamento radicale che imprimerà un nuovo corso al suo lavoro e al suo apostolato: viene chiamato a Leumann come responsabile del “settore Audiovisivi” dell’Editrice Elledici e come membro del Centro Catechistico Salesiano. Per circa 20 anni si immerge in un lavoro che gli piace e per il quale ha una particolare predisposizione.
Sono di questo periodo una serie di collane e progetti audiovisi di tipo catechistico, pastorale, educativo… Ricordiamo solo, a modo di esempio, i grandi programmi biblici che hanno tradotto in splendida catechesi alcuni capolavori della cinematografia biblica di quegli anni: Il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli; Il Mosé di Gian Franco De Bosio e Gli Atti degli Apostoli di Roberto Rossellini, diffusi e tradotti in tutto il mondo.
Sempre in questi anni don Bartolino si impegnò a fondo nel realizzare una felice e feconda intuizione, quella di dar vita ad una rivista (Diagroup) che, da una parte, mettesse nelle mani degli animatori una cristiana “antropologia visiva” e, dall’altra, diventasse uno strumento attraverso il quale potessero apprendere la nuova didattica che passava attraverso l’immagine e le nuove tecnologie multimediali.
Accanto all’impegno legato specificamente al settore degli audiovisi, in questi anni, sempre con la collaborazione di confratelli del Centro, lavorò alla stesura di alcuni corsi di Religione per la Scuola primaria e per la Scuola media che salirono subito ai vertici delle classifiche delle adozioni scolastiche; ne ricordiamo uno solo per tutti: Il Progetto Uomo che, nelle sue numerose edizioni, è passato nelle mani di centinaia di migliaia di ragazzi italiani.
Negli ultimi anni, quando il male non aveva ancora iniziato ad insidiare la sua salute, si è dedicato a un altro progetto che ha ottenuto risultati eccellenti: ha preso in mano la rivista Dossier catechista, uno strumento già molto diffuso tra i catechisti dell’iniziazione cristiana, e nel giro di poco tempo, attraverso l’adozione di una formula didattica semplice ma ricca di proposte concrete, l’ha portata ad una diffusione grandissima.
Ma intanto un male insidioso covava sotto la cenere e da qualche tempo avanzava inesorabilmente. Cominciò con una serie di disturbi fastidiosi dei quali i medici, all’inizio, non sapevano darsi conto; fino a quando il male rivelò il suo vero volto: una mielosi infiammatoria alla spina dorsale che dopo qualche tempo si rivelò di natura irreversibile. E qui cominciò il suo calvario.
Abituato a lavorare e a programmare con molto anticipo i suoi interventi, cominciò a rendersi conto che il suo male gli cambiava la vita e lo obbligava a ritmi molto più lenti e a grandi fatiche per ottenere quello che prima era semplice e naturale. Molto presto cominciarono disturbi, soprattutto nella deambulazione, e dovette smettere di guidare; e questo gli costava moltissimo perché gli rendeva difficile compiere l’apostolato della Messa festiva e delle confessioni nella parrocchia dove andava regolarmente il sabato e la domenica.
D’accordo con il parroco, però, i fedeli gli vennero incontro e passavano a prenderlo in macchina e lo accompagnavano in chiesa; gli ultimi mesi lo sostenevano anche fisicamente, perché potesse celebrare senza cadere; il sabato sera e la domenica, dopo la sua Messa, era sempre a disposizione per le confessioni: specialmente negli ultimi mesi, quando la malattia si era fatta più aggressiva, il suo confessionale era sempre affollato.
Di fronte alla malattia assunse un duplice atteggiamento: quello di una volontà caparbia e ostinata di lottare e di percorrere tutte le strade che gli potevano aprire un raggio di speranza se non di una guarigione, almeno di una vita in cui potesse ancora mettere a disposizione i talenti che Dio gli aveva donato; aveva una inesauribile voglia di vivere…; ma dall’altra parte viveva nella consapevolezza di dover mettere in conto anche le prospettive più negative, per cui pregava che il Signore gli desse la forza di fare, a qualunque costo, la Sua volontà.
Sul suo tavolo di lavoro, davanti al computer, come anche nei punti “strategici” dello spazio in cui ultimamente si svolgeva la sua vita, aveva incollato una preghiera di offerta che ripeteva con frequenza: era contemporaneamente un atto di fede e di offerta che manifestava il suo consegnarsi ai disegni misteriosi della volontà di Dio, ma era anche il gesto di chi crede nella speranza contro ogni evidenza: si poteva dire di lui quello che Paolo dice di Abramo: “Al di là di ogni speranza credette saldo nella speranza” (Rm 4,18).
ALCUNE CARATTERISTICHE DI DON BARTOLINO
Vorrei concludere questo breve profilo con la testimonianza di un confratello che gli fu vicino nei momenti della salute e del lavoro creativo, come in quelli della malattia e del graduale disfacimento del suo corpo mortale.
«Ricordo il grande entusiasmo, la passione che don Bartolino aveva per le cose belle, significative, convincenti, funzionali a un determinato progetto, anch’esso significativo. Il suo criterio di giudizio era sostanzialmente la verità; non la verità astratta, quella dei libri e dei trattati: ma la verità dell’uomo e per l’uomo, visto nel disegno di Dio, in Cristo Gesù; la verità che traspare dal Vangelo.Al centro di tutto, infatti, stava sempre Gesù e solo Gesù, il Figlio di Dio, l’unico Salvatore di tutto l’uomo e dell’intera umanità. Nel suo amore verso Gesù gli è stata di guida la sincera e forte devozione alla Vergine Maria. Don Bartolino è stato sempre un lavoratore del Regno convinto, entusiasta, impegnato a tempo pieno. Non un lavoratore solitario e isolato, ma capace, anzi desideroso di incontro, di confronto e di compagnia. Lavorare con lui arricchiva e ti apriva a panorami nuovi e inediti. Mai superficiale e banale e, soprattutto, sincero nelle parole e nei fatti. Di lui si potevano ripetere le parole che Gesù spese per definire l’apostolo Bartolomeo (era questo il santo del quale don Bartolino celebrava l’onomastico): “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”».
Don Bartolino è stato un grande devoto di Maria e un propagatore del Rosario. Se volessimo paragonare la sua vita alla preghiera del Rosario, potremmo dire che ha vissuto con entusiasmo e generosità i misteri della gioia, della luce e della gloria nei giorni del lavoro apostolico e della creatività; e ha saputo reagire ai misteri del dolore e della sofferenza come un vero lottatore, nei giorni in cui gli attacchi del male hanno insidiato la sua esistenza, fino a quando, con un grande atto di fede, non si è consegnato nelle mani di Dio.
Leumann, 09 luglio 2007
lettera da Zanettin (Poxoreo Brazil)
Giugno 24, 2008 di amicinave2008Cari amici , sará una notizia breve , ma importantissima per le possibilitá che puó offrire alla scuola di Disegno e Pittura e per i nostri alunni e per la stessa Poxoréu.La societá cardiologica del Brasile usa il mese di Aprile per un convegno di aggiornamento,feste,simposi,relazioni e novitá tecniche ( sempre sul cuore ) e ci hanno messo a disposizione il loro centro congressi in San José di Rio Preto ( S.Paolo ) i giorni 11 e 12 Aprile … con alloggio e ció che ci occorre.I medici sono di tutte due le Americhe e sono giá in lista 650 chirurghi del cuore.Noi esponiamo 100 tele ad olio che in parte abbiamo e in parte le stiamo facendo.Abbiamo tutto per lo spostamento e verranno le alunne per preparare in loco la mostra.Qualcuno puó credere alla Scaramanzia , noi crediamo alla Provvidenza…che finora non ci ha mai tradito e voi che farete ? ….TIFO ! Il chirurgo -capo di questa associazione ha giá comprato un quadro ed é nostro fans …speriamo in bene!
Un abbraccio dai soliti due “ squinter… “ ! …
Renato e Giovanna.
Dibattito sul ‘68
Giugno 24, 2008 di amicinave2008
Inserisco contributi al dibattito sul ‘68 giunti nei mesi scorsi da diverse fonti (Guzzoni – Gusmini – Bajo…)
IL SESSANTOTTO
Non sono molte le date della storia che hanno dato il nome al fenomeno che in quel momento si è manifestato ed anche ai suoi protagonisti, o ai suoi attori: è accaduto al Sessantotto e ai suoi epigoni, i sessantottini.
Un nome che rinuncia alla definizione non è propriamente una buona partenza per una voce di dizionario ma, d’altra parte, permette una analisi “aperta”, ossia senza pre-giudizi, di un fenomeno storico per molte ragioni ancora “attuale” sotto il profilo culturale e ideologico.
Delimito quindi l’analisi al Sessantotto italiano, senz’altro il più lungo sotto il profilo temporale e il più significativo dal punto di vista sociale e politico: il più lungo, perché mentre l’evento-simbolo del Sessantotto, ossia la rivolta del Maggio francese, con gli scontri all’Università della Sorbona, le barricate al Quartiere Latino e il blocco di ogni attività produttiva, perde rapidamente consistenza e vitalità, la stagione del Sessantotto italiano dura, con alterne vicende, fino al 1977; il più significativo, perché la pur imponente contestazione giovanile statunitense (che in realtà emerge già nel 1964 all’Università di Berkeley) manca di un definito progetto politico, mentre la Primaveradi Praga e altri movimenti di ribellione nei Paesi dell’Est comunista si scontrano subito con le particolari “attenzioni” dei carri armati Sovietici.
In Italia, invece, la contestazione ingrossa rapidamente le sue fila e viene presto innervata ed egemonizzata da nuclei e gruppi animati dall’ideologia socialcomunista, che organizza la lotta violenta al sistema.
I prodromi della rivolta
Come ha osservato Eric Voegelin, i fenomeni messanico-rivoluzionari di massa sono preparati da situazioni sociali di profonda inquietudine, che costituiscono il terreno di coltura dell’ideologia, intesa come sistema di miti che promette il raggiungimento della felicità “secolarizzata”, cioè totalmente infraterrena, attraverso l’azione politica.
Il fenomeno del Sessantotto italiano si sviluppa propriamente a partire da una diffusa situazione di insoddisfazione, soprattutto giovanile, derivante dalla disgregazione dei valori dominanti, progressivamente erosi da un modello di “società opulenta” incapace a sua volta di rispondere ad attese di profilo diverso dall’innalzamento del livello materiale di vita, peraltro ottenuto attraverso un disordinato processo di industrializzazione e di allargamento artificioso dei consumi, che aveva portato rapidamente ad una squilibrata espansione delle periferie urbane del Nord Italia e allo sradicamento culturale di ampie fasce della popolazione italiana.
In questo humus sociale carico di insoddisfazione e insieme di attesa di un “mondo nuovo”, liberato da costrizioni e ingiustizie, cresce il rifiuto della new wave of life vagheggiata dalla cultura liberal-illuminista predominante in Occidente, e accanto alle ribellioni comportamentali comincia a diffondersi, anche grazie alla paziente e spregiudicata opera di molti “cattivi maestri”, l’utopia della Rivoluzione comunista.
I due volti del Sessantotto: rivoluzione “in interiore homine” e rivoluzione politica.
Il carattere unitario del Sessantotto non va perciò ricercato in fenomeni di superficie, quali le occupazioni universitarie o le manifestazioni studentesche che ingenerano anche oggi ricostruzioni reducistiche da parte di nostalgici protagonisti (su tutte emblematica per faziosità quella di Mario Capanna, nel suo pamphlet Formidabili quegli anni, bensì in quella atmosfera di idee e di sentimenti che viene diffusa nel mondo giovanile fino a diventare culturalmente dominante.
Si tratta, in altri termini, di una Rivoluzione culturale, che ha espresso due tendenze fondo, e che possono essere così schematizzate:
- la prima tendenza può essere definita rivoluzione in interiore homine, che mostra il volto del Sessantotto a livello dei comportamenti individuali e collettivi; il tipo che la incarna è il rivoluzionario d’elezione: “la mia vita come rivoluzione”. Egli opera la rivoluzione rovesciando lo stile di vita dell’uomo naturale e cristiano, in un processo di progressiva distruzione di ogni legame vitale (con Dio, con gli altri uomini e con se stesso) fino all’esito coerentemente drammatico dell’autodistruzione attraverso la tossicodipendenza o il suicidio;
- la seconda tendenza si manifesta nella rivoluzione politica, che mostra il volto del Sessantotto a livello macrosociale: il tipo antropologico che lo incarna è il rivoluzionario di professione: “la mia vita per la Rivoluzione”. Egli realizza il suo progetto attraverso due vie: la lotta politica (anche) violenta; la lotta politica armata, cioè il terrorismo.
Queste due tendenze percorrono, talvolta intersecandosi e confondendosi, tutta la storia del Sessantotto, per ripresentarsi emblematicamente unite in quel “Movimento del ‘77″, che rappresenta il momento ultimo della contestazione giovanile. Ma l’unione ha vita breve: l’ala “desiderante”, che si esprime, per esempio, negli “indiani metropolitani”, svanisce nell’autodistruzione personale, nella droga e nel nichilismo; l’ala violenta, invece, espressa dall’area di Autonomia, sancisce il proprio fallimento andando a ingrossare le fila dei gruppi terroristici, nel frattempo decimate dagli arresti e dalle defezioni.
La tendenza che si manifesta nella ribellione politica ha assunto in Italia un ruolo preponderante. Il momento è favorevole: il desiderio di costruire il mondo nuovo e perfetto, liberato dalla ingiustizia e dalle disuguaglianze, trova nella teoria rivoluzionaria di Marx e di Lenin sia il modello utopico del futuro che la “tecnica”, cioè l’azione politica, per costruirlo infallibilmente. L’ideologia si arricchisce nel contempo di miti che, sapientemente propagandati, rafforzano la “fede” nella vittoria della Rivoluzione: la Resistenza, i vietcong, la guerriglia del Che Guevara e di Marighella, la Cinadi Mao.
In questo clima culturale nasce e si moltiplica il “rivoluzionario di professione”: nelle scuole e nelle fabbriche si aggregano e si disgregano in continuazione gruppuscoli di rivoluzionari.
Se l’eclissi dei valori tradizionali aveva progressivamente prodotto, dalla fine degli anni Cinquanta, i fenomeni di disgregazione del corpo sociale e quindi una atmosfera di profonda insoddisfazione e, insieme, di desiderio di un “mondo nuovo”, la nuova aggregazione attorno all’ideologia marxista-seppure ispirata a figure diverse, da Lenin a Mao, da Trotskj al Che- rifiuta il confronto con la realtà e, secondo un processo che aveva già caratterizzato la rivoluzione francese, produce teorie e slogan, afferma ciò che non può essere dimostrato, esorcizza il dissenso. In altri termini, produce miti da trasportare nella realtà per costringerla ad adeguarsi alle “analisi” distillate nei pensatoi rivoluzionari.
Si tratta di un dinamismo artificiale, perché produce esso stesso le affermazioni inverificabili e gli slogan che muovono all’azione gli attivisti; così lo descrive Marco Barbone, ex terrorista pentito, in una intervista – confessione raccolta da Avvenire: “[...] noi esistevamo e ci rapportavamo in base a discussioni politiche. Era il nostro universo, il microcosmo (cosa che verrà drammaticamente accentuata nelle organizzazioni combattenti), l’orizzonte dell’esistenza”.
Il pensiero viene “socializzato”, con il risultato che la politica diventa il mezzo infallibile per fare giustizia. Sabino Acquaviva, sociologo, nel suo Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia ricorda le parole rivoltegli da uno studente; “Tu non potrai mai capire – diceva – la sensazione di dominare il mondo, di fare definitivamente giustizia nel mondo, una piccola e specifica ma definitiva giustizia, colpendo chi si è macchiato di tanti delitti”.
Identificando etica e politica, il “rivoluzionario di professione” ha l’obbligo morale di fare trionfare i postulati dell’ideologia con qualsiasi mezzo. La mitologia della Resistenza fornisce gli esempi dell’”antifascismo militante” e così, tra la teorizzazione dell’annientamento fisico dell’avversario, l’atto di violenza e, in seguito, l’azione terroristica, non vi è soluzione di continuità: l’ideologia giustifica ogni comportamento e lo eleva ad atto morale.
Se qualcuno solleva problemi di coscienza, Lenin ne I compiti delle associazioni giovanili risponde per tutti: “Ma esiste una morale comunista ? Esiste un’etica comunista? Certo, esiste [...] per noi la moralità dipende dagli interessi della lotta di classe proletaria”.
Altri fattori si possono certamente invocare per comprendere quanto accadde: la tragedia della guerra tra giovani e la logica della ritorsione, le parole dei sapienti maestri dell’ideologia e degli utili idioti del momento, l’inerzia colpevole e la connivenza dell’autorità politica. Ma, anche senza negare la loro importanza, tali fattori non danno ragione del vero e proprio mutamento antropologico, che si è realizzato in quanti hanno incarnato l’ideologia del Sessantotto.
L’ “altro” Sessantotto.
Accanto alla contestazione di sinistra il Sessantotto in Italia conosce anche altri protagonisti, dal momento che il fenomeno rivoluzionario, pur diventando preponderante attraverso le sue avanguardie numerose e violente, non esaurisce lo scenario giovanile che, accanto alla larga maggioranza dei passivi, è composto altresì dalla contestazione di destra.
La destra giovanile, essenzialmete studentesca e aggregata inizialmente attorno alla contestazione al sistema, entra ben presto in antitesi con il progetto egemonico dei movimenti delle sinistre, e si caratterizza quindi come reazione anticomunista, individualista e antiegualitaria all’ideologia marxista, che si ridurrà progressivamente alla tragica guerra tra giovani, innescata dalla sistematica demonizzazione del “fascista” e quindi costellata da sanguinosi episodi di violenza.
Il comprensibile atteggiamento reazionario del “Sessantotto di destra” ne svela tuttavia il grave limite, ossia l’incapacità di elaborare e proporre un modello esistenziale e culturale diametralmente opposto al fronte libertario e marxista leninista, ma anche alternativo a quello proposto dalla cultura dominante, capace quindi di proporsi quale scuola di vita e di nuova civiltà.
Né, d’altra parte, migliore è la sorte del mondo cattolico che, frastornato dall’ “aggiornamento” conciliare e soffocato politicamente dall’egemonia democristiana, si lascia sedurre dall’utopia marxista: i suoi quadri dirigenti abbandonano in larga parte la Chiesae la base giovanile finisce in buon numero ad ingrossare le fila dei rivoluzionari di professione.
Il movimento cattolico, pertanto, perde nel Sessantotto un’occasione storica: di fronte alla debolezza della cultura liberal-illuminista e all’aggressione intellettuale e politica della rivoluzione marxista rinuncia a prendere l’iniziativa ed entra a sua volta “in crisi”, perde la memoria dell’originale pensiero cristiano, abbandona la dottrina sociale della Chiesa e diventa subalterno all’analisi sociale marxista, assumendo un atteggiamento di inferiorità culturale che ancora oggi produce i suoi effetti desolanti.
Il Sessantotto come Rivoluzione culturale.
Il Sessantotto si presenta quindi, nel suo aspetto più profondo, come una Rivoluzione culturale, che ha inciso sul costume e sui comportamenti sociali molto più che sulla politica.
Certamente il desiderio di un mondo nuovo, ossia l’aspetto utopico della contestazione, è stato sepolto insieme alle numerose vittime degli anni di piombo, e si è capovolto nella tragica disperazione di chi più intensamente ha creduto ai miti dell’ideologia e li ha visti dissolversi tra le “urla dal silenzio” delle vittime dell’esperimento comunista, oppure nel fallimento esistenziale dell’utopia libertaria.
Tuttavia, se l’utopia libertaria e l’ideologia marxista si sono frantumate nel confronto con il reale, la generazione del Sessantotto ha smarrito anche la memoria di quel patrimonio di verità individuali e sociali contenuto nella tradizione cristiana e già sfigurato dai modelli liberali e illuministici della “società opulenta”.
In questo modo, la secolarizzazione laicista è avanzata rapidamente anche in Italia ed ha potuto tenere il campo indisturbata, saldando in un’unica egemonia culturale progressista tanto le tendenze libertarie che quelle socialcomuniste, orfane del mito messianico-rivoluzionario.
D’altra parte, il Sessantotto ha mostrato inequivocabilmente l’incapacità della modernità, con il suo arsenale ideologico, di fornire risposte significative alla sua deriva nichilista, ed ha quindi reso evidente per contrasto l’esistenza di una alternativa reale alla dissoluzione personale e sociale: alternativa culturale e politica, questa, nè utopistica nè relativista, e percorribile attraverso la riscoperta dei valori che fondano l’uomo naturale e cristiano e la sua civiltà.
Enzo Peserico
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Anche tralasciando l’innumerevole produzione di articoli e filmati, la bibliografia sul Sessantotto è molto vasta. Segnaliamo quindi soltanto alcuni testi di orientamento.
Sulla storia del Sessantotto si veda: M. Brambilla, Dieci anni di illusioni – Storia del sessantotto, Rizzoli, Milano 1994; dello stesso autore, L’eskimo in Redazione. Quando le Brigate Rosse erano “sedicenti”, Ares, Milano 1991, significativa documentazione del ruolo assunto dalla “Repubblica delle lettere” nell’affermazione della rivoluzione culturale del Sessantotto.
Per una documentata analisi dei principali episodi di violenza e di terrorismo si veda A. Baldoni e S. Provvisionato, La notte più lunga della Repubblica. Sinistra e destra. Ideologie, estremismi, lotta armata (1968 – 1989), Serarcangeli 1989. L’opera contiene anche una discreta bibliografia sull’argomento.
Per approfondire il fenomeno del Sessantotto come rivoluzione culturale:
Sabino S. Acquaviva, Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia, Rizzoli, Milano 1979; AA.VV., Dov’è finito il ‘68? Un bilancio per gli anni 80, Ares, Milano 1979; si veda anche il mio Gli “anni del desiderio e del piombo”, in Quaderni di Cristianità, anno II, n° 5, Cristianità, Piacenza 1986.
Lettera di Giorgio Pontiggia per la Pasqua
Maggio 31, 2008 di amicinave2008
Quand’ero piccolo (!) la mia nonna Cecchina mi dava la rivista ‘ Il Piccolo Missionario’. Dapprima potevo guardare solo le figure e i fumetti, poi ho incominciato a leggere i racconti, le lettere… E’ certamente anche per questo che da più di diciassette anni sono qui in Etiopia a fare il piccolo missionario. Sostenetemi con la vostra preghiera.
La nuova chiesa dedicata a Gesù Bambino, il Dio-con-noi, sta crescendo. Siamo ormai al tetto. Ringraziamo i Benefattori che hanno già risposto all’invito di contribuire alla costruzione e all’arredamento della Chiesa.
le Sedi per il Celebrante e i chierichetti (euro 350), le panche per i fedeli (euro 250 ciascuna), le tavole della Via Crucis (euro 50 ciascuna) e i 2 confessionali (euro 250 ciascuno). Per la costruzione: contributo libero.
La poesia di Remo Bracchi
Maggio 31, 2008 di amicinave2008L’incontro del 2 giugno a Parma ha ispirato
a don Remo Bracchi la seguente poesia:
Gli stessi e diversi
E tutto è rimasto qual era
a fiore del vento sospeso,
così come un giorno che mai scorre a sera,
in volo gabbiano che più non ha peso.
Le stelle non hanno frontiera
nel sogno che pencola teso
fra quello che è stato, fra ciò che si spera,
nel tempo trascorso e che irrompe già atteso.
Fu come specchiarsi a fontana
che mormora il canto d’allora,
di luce rifranta d’un’alba lontana.
Immota, ma un’ala la sfiora,
smarrita su tenebra arcana:
la stessa e diversa, che fu e non è ancora.
Firenze, 06 giugno 2005
incontro di nave del 2 giugno 2008
Maggio 31, 2008 di amicinave2008Ecco il programma preparato da quel formidabile organizzatore che corrisponde al nome di Giacomino Melli!
Invito
alla quarta rimpatriata degli Amici delle scuole di Chiari e Nave.
Maggio 2008
Carissimi,
eccoci finalmente al nostro quarto incontro istituzionale: lunedì 02 giugno 2008 ci ritroveremo festanti e solidali nella casa salesiana di Nave[1] dove don Vincenzo Biagini e i suoi confratelli ci accoglieranno in totale amicizia e fraternità. Li ringraziamo anticipatamente della disponibilità.
Avremo così modo di rivedere quello studentato che ci ha ospitato e di cui siamo stati protagonisti negli anni più impegnativi della nostra giovinezza.
Programma della giornata:
ore 9.00-10.00 arrivo e accoglienza[2]
ore 10.00 in Aula Magna Lectio magistralis di don Giovanni Spinelli (della durata di mezz’ora su un tema interessante cui seguiranno eventuali interventi di varia natura)
Ore 11.30 Santa Messa concelebrata dai sacerdoti presenti
Ore 12.15 aperitivo
Ore 13.00 pranzo in un tipico ristorante della zona (costo € 35 circa)
Ore 15.30 partenza dei partecipanti al soggiorno c/o Carisolo e saluti (se raggiungeremo un congruo numero saliremo in Trentino per una settimana. Il costo della pensione completa è di € 35
al giorno)
Si prega di confermare con solerzia sia per il pranzo che per il soggiorno a Carisolo a mezzo mail a Gianfranco Ferrari (gianfranco.ferrari5@gmail.com)
o telefonando a Giacomino Melli (333 1323057).
Il passaparola sarà molto gradito affinché il rendez-vous sia sempre più partecipato e veda anche nuove presenze.
Un grande abbraccio e a presto!
Gianfranco e Giacomino
[1] A Nave sono disponibili alcune stanze per chi vorrà pernottare la sera del 01 giugno.
[2] Per chi viaggia con mezzi pubblici, davanti alla stazione di Brescia c’è un bus della linea 7 che porta a Nave. Informazioni ed orari all’800 013812 o allo 030 3061527.
Orari di massima da verificare:
da Brescia a Nave 07.40; 09.27; 10.20.
da Nave a Brescia 15.08; 16.08; 17.08; 18.08; 19.08.
Viaggio a Roma
Maggio 30, 2008 di amicinave2008Ecco il resoconto del viaggio romano… Siamo partiti…