Dibattito sull’università

Novembre 12, 2008 di amicinave2008
INCHIESTA Atenei in tilt senz’anima e senza soldi Sprechi, gigantismo, inefficienza, lassismo etico: all’universita’ serve subito una cura da cavallo
MICHELE AINIS ROMA In principio e’ una questione di quattrini. C’e’ di mezzo l’avarizia con cui l’Italia alleva i suoi talenti, sicche’ il popolo studente ha tutte le ragioni a dire basta. Secondo l’ultimo Rapporto Ocse (Education at a Glance 2008), spendiamo per la scuola il 4,7% del Pil, contro il 5,8% della media dei Paesi sviluppati. Questa magra dotazione viene poi spalmata in modo diseguale sui vari livelli del sistema: per le elementari viaggiamo ben al di sopra della media (6835 dollari l’anno per alunno), ma risparmiamo per le scuole superiori e soprattutto per l’UNIVERSITA‘ (8026 dollari annui a studente, quando la media Ocse e’ 11.512 dollari). Di conseguenza la scuola elementare italiana e’ fra le prime 5 al mondo, ma gia’ all’eta’ di 15 anni i rapporti del Pisa situano i nostri studenti al 27 posto fra i loro coetanei di 57 nazioni per conoscenza della matematica, al 36 posto per le scienze, e via sprofondando. E ovviamente all’UNIVERSITA‘ il buco diventa una voragine. Da qui il piu’ alto tasso d’abbandoni al mondo (55%). Da qui un misero 17% di laureati fra chi ha da 25 a 34 anni, mentre la media Ocse e’ al 33% (insomma ci supera anche il Cile). Da qui attrazione zero verso l’estero (negli atenei italiani studia l’1,7% di stranieri, in quelli americani il 20%). Da qui una caduta verticale di prestigio: in base alla classifica della Shanghai Jiao Tong University la migliore UNIVERSITA‘ italiana e’ 146a, perfino dietro quella delle Hawaii. Da qui, infine, il divorzio fra una laurea ormai squalificata e il lavoro qualificato, dove contano altre medaglie, altri attestati di benemerenza. E infatti in Italia un laureato guadagna solo il 27% in piu’ d’un diplomato, negli Usa l’86%. Sicche’ scappi chi puo’: secondo l’U.S. Citizenship and Immigration Service, nel 2006 c’erano 13.368 italiani ad altissima qualificazione con un posto di lavoro negli Stati Uniti. Tutta gente alla quale il nostro Stato ha pagato gli studi senza mai farsi ripagare, ed anzi regalando agli altri i migliori frutti dei propri investimenti. Questa sciagurata condizione deprime gli entusiasmi, smorza l’energia di chi sgobba sui libri per costruirsi un futuro. Ma non dipende solo dal rubinetto della spesa. Anzi: la sua causa piu’ profonda sta nella logica che pervade il sistema, dove il merito e’ diventato carta straccia, insieme al senso della legalita’. Le prove? Truffe sui test d’ammissione negli atenei di Bari, Foggia, Chieti, Ancona, Catanzaro (settembre 2007). Lauree honoris causa concesse al signorotto locale per ingraziarsene i favori (95 soltanto nel 2007). Concorsi vinti da candidati con zero pubblicazioni accreditate (a Catania e a Parma nel 2001, a Bari nel 2002, a Reggio Calabria nel 2004, a Messina nel 2005, alla San Pio V di Roma nel 2006: Perotti, L’UNIVERSITA‘ truccata). 117 professori che a febbraio risultavano indagati presso le procure di varie citta’ italiane, per favori impropri ai loro familiari. Mentre a maggio il Corriere della sera ha contato 24 magnifici rettori con famiglia nel medesimo ateneo. «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi piu’ alti degli studi», recita la norma forse piu’ pregnante della Costituzione italiana (art. 34). Un diritto, non un privilegio ne’ un favore. Tant’e’ che per renderlo effettivo la stessa norma pone allo Stato l’obbligo d’erogare «borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze». Ma in Italia gli studenti che conquistano una borsa di studio sono meno dell’8%, quando negli Usa e in vari altri Paesi uno su due non grava sullo stipendio di mamma e papa’. Inoltre il meccanismo, nella sua concreta applicazione, penalizza gli studenti che divengano piu’ poveri dopo il primo anno di erogazione della borsa; non esige che il borsista documenti le spese sostenute per studiare; e in conclusione tende piu’ a evitare gli abbandoni che a premiare i migliori (Caroli Casavola, Giustizia ed eguaglianza nella distribuzione dei benefici pubblici). D’altronde tutto il sistema di finanziamento pubblico verso gli atenei e’ ben poco orientato al merito, al sostegno dei comportamenti piu’ virtuosi nella ricerca e nell’insegnamento. Anzi: secondo l’ex ministro Mussi (intervista all’Espresso, 19 gennaio 2007), sia per l’UNIVERSITA‘ che per gli enti di ricerca la dotazione finanziaria non tiene in alcun conto l’eccellenza. Denuncia sacrosanta, tuttavia i ministri stanno li’ apposta per correggere il corso degli eventi, non per lamentarsi degli dei. Invece nel 2006 quando Mussi comincio’ il proprio mandato il Fondo di finanziamento ordinario rimase del tutto indipendente rispetto alle performance dei singoli atenei, mentre alla Quota di riequilibrio fu destinato lo 0,5% del totale. Quanto al monitoraggio dei ricercatori, sempre Mussi ha chiuso il Civr sostituendogli l’Anvur, un mastodonte che avrebbe dovuto dare i voti a 20 mila docenti l’anno, e che e’ poi stato ucciso in fasce dal nuovo ministro Gelmini. Insomma le buone intenzioni passano, i ministri pure, ma resta immarcescibile la regola non scritta dell’UNIVERSITA‘ italiana: niente pagelle, todos caballeros. Se la superficie dell’oceano e’ piatta, sui fondali nuotano invece pesci d’ogni razza. Durante gli Anni Ottanta del secolo passato in Italia venivano impartite oltre 10 mila discipline accademiche; nel frattempo questa cifra e’ quantomeno raddoppiata. D’altronde tutta l’UNIVERSITA‘ si e’ via via gonfiata come un panettone, dopo il 3+2 e le altre riforme varate dal 1997 in poi. C’erano allora 41 atenei; nel 2008 sono diventati 95, fra pubblici e privati. Ma se si contano anche le sedi distaccate (ce n’e’ una sotto ogni campanile, da Tempio Pausania con 5 studenti immatricolati a Petralia Sottana che ne ha 6), il totale fa 338. Da qui la proliferazione delle facolta’, sicche’ ne abbiamo aperte per esempio 14 di Veterinaria, piu’ di quante ne sommino tutte insieme Francia, Germania, Austria, Belgio, Grecia e Danimarca. Da qui, e soprattutto, la moltiplicazione dei corsi di laurea: 5.517 nel 2007, quando erano 2.444 nel 2000. Fra le new entries, «Gestione delle imprese di pesca» (UNIVERSITA‘ del Molise), «Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi» (Torino), «Scienze del fiore e del verde» (Pavia), «Scienza dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto> > (Bari). Insomma sprechi, gigantismo, inefficienza, parcellizzazione dei saperi (gli iperspecialisti che sanno tutto su niente, e percio’ niente su tutto), lassismo etico, mortificazione delle competenze, sia sul versante dei docenti che su quello dei discenti: all’UNIVERSITA‘ serve una cura da cavallo. Ma per carita’, non una cura normativa: l’ultimo dei mali di cui soffre il sistema dell’istruzione pubblica in Italia e’ il morbo del troppo diritto. Secondo la banca dati della Camera, dal 1996 al 2007 e’ piovuta addosso a quel sistema una grandine di 103 leggi, senza contare i decreti delegati, gli statuti, i regolamenti del governo, quelli dei singoli atenei, delle facolta’, dei corsi di laurea, master, dottorati di ricerca. E ovviamente al riparo di questo bosco normativo ciascuno fa come gli pare, tanto ogni regola genera sempre cento eccezioni. No, non ci serve un’addizione, bensi’ una sottrazione. Anzi una doppia sottrazione. In primo luogo, via il valore legale della laurea. Soluzione non particolarmente originale (ne parlava gia’, mezzo secolo addietro, Luigi Einaudi), ma rivoluzionaria nei suoi effetti potenziali. Perche’ porrebbe le UNIVERSITA‘ in competizione fra di loro (vale di piu’ la laurea dell’ateneo migliore), e perche’ non c’e’ efficienza senza concorrenza. D’altronde l’equiparazione formale del titolo di studio non esiste piu’, di fatto, nel settore privato, dove gia’ le aziende assumono selezionando in base all’ateneo di provenienza; sicche’ e’ un feticcio che rimane in piedi solo per il settore pubblico, non a caso in Italia particolarmente disastrato. Meglio dunque il modello americano, meglio sostituire al valore legale della laurea un meccanismo di accreditamento, che costringa ogni ateneo a misurarsi con standard di qualita’ nazionali, periodicamente aggiornati e controllati. Ma quel modello non puo’ venire importato per meta’, non se ne puo’ prendere una gamba soltanto; l’altra gamba consiste nell’erogazione capillare di borse di studio e altri supporti per gli studenti meritevoli, quando non hanno i mezzi per pagarsi gli studi. Altrimenti passeremmo da un abito tagliato su misura per i poveri di spirito a un altro che possono indossare unicamente i ricchi di famiglia. In secondo luogo, via il valore legale della cattedra. Mai piu’ cattedre a vita, mai piu’ lo stipendio a fine mese per chi non se lo suda. Anche in questo caso la via maestra parte dagli Usa. Li’ non esistono professori a tempo indeterminato, eccetto quelli con tenure, che rappresentano comunque l’eccellenza; gli altri, tutti gli altri, sono per cosi’ dire in prova. L’opposto di quanto accade alle nostre latitudini, dove i piu’ tengono cattedra nel medesimo ateneo in cui si sono laureati; dove non a caso l’eta’ media dei professori e’ fra le piu’ elevate al mondo, con il 42% di ultracinquantenni e il 22,5% di ultrasessantenni (Sylos Labini e Zapperi, Lo tsunami dell’UNIVERSITA‘ italiana); e dove infine piu’ invecchi e piu’ guadagni, anche se non hai piu’ nulla da insegnare. Perche’ in Italia sono bassi gli stipendi dei ricercatori, al primo gradino della scala; lo sono quelli degli studiosi piu’ brillanti, che negli Usa attraverso contratti individuali e fondi di start-up talvolta superano un milione di dollari; ma sempre negli Usa il rapporto fra lo stipendio medio degli ordinari e degli assistenti e’ di 1,5 a 1, mentre qui lo stipendio di un ordinario a fine carriera pesa 4 volte e mezzo la busta paga dei neoricercatori. E’ il paradosso d’un sistema il quale legando la retribuzione dei professori esclusivamente alla loro anzianita’ di servizio non sa essere ne’ egualitario ne’ meritocratico, tanto da attirarsi la censura dell’Ocse (Rapporto Going for Growth, 2007); sicche’ c’e’ bisogno di rivoltarlo come un calzino usato. michele. ainis@uniroma3.it

Saggi online dal “Foglio” di Ferrara (segnalato da Gusmini)

Agosto 25, 2008 di amicinave2008

Vorrei segnalare… una serie di brevi saggi che “Il foglio” (edizione on line) di Giuliano Ferrara sta pubblicando dal mese di luglio.

Naturalmente, si tratta di argomenti importanti  trattati con leggerezza, con grazia … ma chi ha detto che per trattare argomenti importanti,  è necessario atteggiarsi a guru seriosi e barbosi?

Punto di partenza: l’articolo di G. Ferrara dell’8 luglio: RI-PARLIAMO DI CONCUPISCENZA. Seguono – in ordine sparso – articoli come i seguenti:

PARLIAMO DELLA VECCHIA CARA CONCUPISCENZA CARNALE

IL FALO’  DEL DESIDERIO

CHI NON HA ISTINTO SESSUALE E’ UN VIZIOSO, PAROLA DI PRETE

ELOGIO DELL’OCA TENTATRICE

COME LA CAREZZA DI DIO

SODOMA E’ IL PARADISO SU QUESTA TERRA

LA MISTICA DELL’EROS

DIO E’ MORTO E LA CONCUPISCENZA PURE …

Oggi, 22 agosto, la serie è arrivata al nr. 18. A mo’ d’esempio, riporto un passo di don G. Baget Bozzo:

E’ significativo che la prima enciclica di Benedetto XVI abbia per tema la concupiscenza e la mistica, l’eros e l’agape. L’amore come passione umana, l’amore come passione divina. Non è mai accaduto che una enciclica parlasse un linguaggio della erotica e della mistica come un linguaggio unitario. Se dovessimo tradurre nel linguaggio della tradizione teologica i termini usati dal Papa, dovremmo dire che eros corrisponde alla natura e l’agape alla grazia. Ma il Papa ha preferito usare un linguaggio diverso che mette in relazione appunto l’erotica e la mistica, la passione dell’uomo per l’altro e per il dominio dell’altro la passione di Dio per donare l’uomo sé stesso. Il Papa ha così voluto segnare l’uscita della chiesa dal tempo della secolarizzazione. E questo avviene quando un laicismo totale tende a fare della scelta umana la realtà della natura e il contenuto della libertà”.

Basta cliccare  www.il foglio.it e si possono legge – gratuitamente – la ventina di saggi ospitati

DON LUIGI MELESI (segnalato da Ferrari)

Agosto 25, 2008 di amicinave2008

Da “Famiglia Cristiana” del 17.08.2008 – pagg. 58 – 59

 

Attualità – Carceri

di Emilia Patruno

 

 

DON MELESI, DA TRENT’ANNI CAPPELLANO A SAN VITTORE

 

IL PRETE DEI “FUTURI SANTI”

 

NEL PENITENZIARIO MILANESE, DON LUIGI VIVE CON I CARCERATI,

SI INTERESSA DEI TANTI PROBLEMI DI OGNI GIORNO, DICE MESSA.

E SPIEGA CON AMORE CHE ANCHE LORO SONO FIGLI DI DIO.

 

«Io sono nato a Cortenuova, in Valsassina, provincia di Lecco. Ero uno di sette fratelli, e due di noi sono diventati sacerdoti. Mio fratello Pietro, padre Pedro, come lo chiamano nel Mato Grosso, dov’è missionario, ha nove anni più di me, cioè 84, e ci vedia­mo ogni due anni. Io sono qui, a Mila­no. È qui la mia missione».

Quando dice “qui”, don Luigi Melesi vuole dire Milano, l’istituto dei Salesiani, che è la congregazione cui appartiene, ma anche il carcere di San Vittore, il suo luogo di lavoro e di evangelizzazione.

«Sono stato mandato nel 1978, perché il cardinale Colombo aveva chiesto al superiore dei Salesiani “uno di noi”. Io avevo fatto per vent’anni il prete-insegnante con i ragazzi della casa di rieducazione di Arese, l’ex Beccarla (Istituto penale minorile); per questo motivo mi considerava “abilitato” anche per gli adulti. Avrei dovuto prestare servizio per tre mesi. Sono diventati trent’anni».

Don Luigi è un “tipo tosto”. La sua giornata comincia alle 5,30 e finisce oltre la mezzanotte: «Incontro i detenuti che ne fanno richiesta e celebro le Messe. A San Vittore celebriamo (oltre a don Luigi c’è don Alberto Barin, ndr) di­verse Messe: in Rotonda, che sta al cen­tro dei sei raggi dai quali arrivano i prigionieri, e tutti hanno il diritto di parte­ciparvi; poi nella sezione femminile, nel centro clinico per gli ammalati, nel re­parto penale per alcuni definitivi, nella sezione dei detenuti protetti e nel repar­to di massima sicurezza».

Con Dio al centro del mondo

«Il prete del carcere», prosegue don Luigi, «deve rendersi presente dove si trova il prigioniero. Anche nei giorni fe­riali celebriamo la Messa a piccoli grup­pi. I detenuti partecipano con verità e consapevolezza. La Messa è un sacra­mento coinvolgente, lo sperimento ogni volta. Si ricevono messaggi innova­tivi e sempre di un’attualità impensabi­le, ci si carica di energia positiva e con­temporaneamente ci si sente liberati dall’angoscia, si vive con tutti i presenti una relazione di pace vera, profonda. Ci si sente in comunione con la propria fa­miglia, resa sempre presente dal sacer­dote celebrante; per un’ora si vive con Dio al centro del mondo».

Un lavoro grande. «E duplice: di boni­fica della persona e di semina della paro­la di Dio, come diceva Gesù, con un’im­magine bellissima».

Un lavoro che non finisce mai. «Riten­go che il sacerdote del carcere debba fa­re così se vuol far sì che il detenuto sen­ta che è veramente con lui. Il carcere in­cattivisce, produce danni, rovina le fa­miglie. Quindi, vado in tribunale, dai magistrati, presso gli avvocati, nelle lo­ro famiglie, nelle parrocchie che hanno detenuti in carcere, sul posto di lavo­ro… E anche con gli ex detenuti».

«Siete utili, siete preziosi, potete ave­re un futuro…»: questo, non si stanca di ripetere ai detenuti (lui li chiama i “pri­gionieri”). Li spinge a pensare («Ragio­ne, amorevolezza, religione: queste era­no le armi che ci ha consegnato Don Bo­sco»), a leggere, a uscire dall’apatia, dal­la disperazione.

Dice loro che possono diventare buo­ni. Anzi, che possono diventare santi. Proprio così, “santi”.

Sono molti gli ex detenuti che lo se­guono. Uno fra tutti, Giorgio Semeria, ex brigatista che ora fa catechesi e di­stribuisce a più non posso il libro di don Luigi. Sì, perché tra una cosa e l’al­tra, il cappellano di San Vittore ha trova­to anche il tempo di scrivere La vita di Gesù Cristo raccontata dai suoi testimo­ni (Editrice Elledici, 6 euro), raccontata in maniera unitaria e continuativa, e, nel limite del possibile, con un ordine cronologico, certo che «il Vangelo sia capace di suscitare, anche nella nostra gente contemporanea, entusiasmo, fe­de viva e amore sincero».

Dalla fede alla speranza

«A me» dice don Luigi, «il Gesù del Vangelo ha fatto conoscere l’”uomo” per quello che è realmente, andando ol­tre la sua maschera e i suoi fatti, anche criminosi, provocati da una forza mali­gna capace di renderlo folle e schiavo, pur essendo stato creato per essere “li­bero” di amare, vivere e gioire. Mi ha in­segnato ad amare l’uomo, a rispettare la sua angoscia, a condividere la sua soffe­renza, ad aiutarlo a costruire relazioni significative. E ho visto che la fede nel Gesù del Vangelo ha ridato speranza a tanti disperati che ho incontrato in car­cere, che si sentivano spinti verso il buio della morte per oscurare definiti­vamente una vita condannata al falli­mento totale da una giustizia che salva la legge, ma uccide gli uomini».

Proprio a loro, a quei disperati, futuri “santi”, è dedicato il libro di don Luigi Melesi, nella speranza che la Buona No­tizia raggiunga prima di ogni altro il lo­ro cuore («Vi toglierò un cuore di pietra e vi darò un cuore di carne»).

RICORDO DI DON BARTOLINI (da Gusmini)

Luglio 10, 2008 di amicinave2008

DON BARTOLINI SI È CONSEGNATO NELLE MANI DI DIO
Don Bartolino Bartolini, 1928-2007

 

un profilo biografico   

LA FAMIGLIA E LA PREPARAZIONE
È difficile condensare in poche pagine il profilo di una persona come don Bartolino, che lascia in molti di noi ricordi indelebili e i segni di una personalità ricca e dai molti volti. Più facile è segnare le date entro le quali si svolse la sua vita piena e operosa. 

Nasce a Montemurlo (Firenze) il 15 agosto 1928 da Giovanni e da Adelaide Palandri, primo di tre fratelli: dopo di lui vennero al mondo Francesco e Raffaello, con i quali mantenne un bellissimo rapporto che durò per tutta la vita: una famiglia molto unita e sempre vicina a don Bartolino, anche per il prezioso apporto delle cognate Sara e Rosalba e dei nipoti. Frequentò le scuole ginnasiali presso l’Istituto Salesiano di Firenze. Entrò in noviziato a Roma all’istituto Mandrione nel 1944 e fece la sua prima professione il 21 novembre 1945 a Roma San Callisto. Compì gli studi secondari allo studentato filosofico di San Callisto.

Per tre anni, poi, fu a Firenze, dove si accostò alla vita salesiana concreta facendo l’animatore e l’insegnante ai giovani allievi di quell’Istituto. Si consacrò totalmente al Signore con la professione perpetua il 25 agosto 1950 a Firenze. Frequentò il corso di studi teologici a Bollengo, presso Ivrea, dal 1950 al 1954; qui ricevette l’ordinazione sacerdotale il 1° luglio 1954. 

Dal 1954 lo troviamo a Torino Rebaudengo dove, per tre anni, frequenta i corsi universitari presso la Facoltà di Filosofia; in questo periodo la sua intelligenza, spontaneamente portata verso la speculazione, ebbe modo di arricchirsi, di dilatare e approfondire le sue conoscenze, ponendo le basi di quella che, per diversi anni, fu la sua passione: l’insegnamento o, meglio, l’educazione delle giovani intelligenze ad accostarsi alla fede con l’aiuto di una ragione severa e rigorosa.  

SALESIANO TRA I GIOVANI 
Dal 1957 al 1960 lo troviamo insegnante e animatore presso il nostro liceo di Genova- Sampierdarena. Dal 1960 al 1966 è chiamato a Nave (Brescia) nello studentato filosofico come animatore dei postnovizi e insegnante di filosofia. Sono i fervidi anni del Concilio e dell’immediato postconcilio, e i giovani chierici trovano in don Bartolini un sacerdote aperto ed entusiasta che li introduce alle novità conciliari, specialmente nel settore della spiritualità, della preghiera e delle celebrazioni liturgiche.

Da 1966 al 1967 lo troviamo ancora nella sua ispettoria d’origine, ad Alassio, come professore di filosofia nel liceo e animatore. Dal ’67 al ’71 passa in Veneto come professore di Morale e catechista nello studentato teologico di Monteortone prima, e di Verona-Saval poi; anche qui crea un clima di fervente impegno per l’aggiornamento inaugurato dalla stagione postconciliare. Tanti chierici, suoi allievi di questi anni, hanno continuato a fare riferimento a lui e al suo insegnamento ed hanno instaurato con don Bartolino un rapporto che è durato nel tempo.  

LA STAGIONE DI LEUMANN: LA MATURITA’
Ne
l 1971 la sua vita salesiana subisce un cambiamento radicale che imprimerà un nuovo corso al suo lavoro e al suo apostolato: viene chiamato a Leumann come responsabile del “settore Audiovisivi” dell’Editrice Elledici e come membro del Centro Catechistico Salesiano. Per circa 20 anni si immerge in un lavoro che gli piace e per il quale ha una particolare predisposizione.

Sono di questo periodo una serie di collane e progetti audiovisi di tipo catechistico, pastorale, educativo…  Ricordiamo solo, a modo di esempio, i grandi programmi biblici che hanno tradotto in splendida catechesi alcuni capolavori della cinematografia biblica di quegli anni: Il Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli; Il Mosé di Gian Franco De Bosio e Gli Atti degli Apostoli di Roberto Rossellini, diffusi e tradotti in tutto il mondo.

Sempre in questi anni don Bartolino si impegnò a fondo nel realizzare una felice e feconda intuizione, quella di dar vita ad una rivista (Diagroup) che, da una parte, mettesse nelle mani degli animatori una cristiana “antropologia visiva” e, dall’altra, diventasse uno strumento attraverso il quale potessero apprendere la nuova didattica che passava attraverso l’immagine e le nuove tecnologie multimediali.  

Accanto all’impegno legato specificamente al settore degli audiovisi, in questi anni, sempre con la collaborazione di confratelli del Centro, lavorò alla stesura di alcuni corsi di Religione per la Scuola primaria e per la Scuola media che salirono subito ai vertici delle classifiche delle adozioni scolastiche; ne ricordiamo uno solo per tutti: Il Progetto Uomo che, nelle sue numerose edizioni, è passato nelle mani di centinaia di migliaia di ragazzi italiani.

Negli ultimi anni, quando il male non aveva ancora iniziato ad insidiare la sua salute, si è dedicato a un altro progetto che ha ottenuto risultati eccellenti: ha preso in mano la rivista Dossier catechista, uno strumento già molto diffuso tra i catechisti dell’iniziazione cristiana, e nel giro di poco tempo, attraverso l’adozione di una formula didattica semplice ma ricca di proposte concrete, l’ha portata ad una diffusione grandissima. 

Ma intanto un male insidioso covava sotto la cenere e da qualche tempo avanzava inesorabilmente. Cominciò con una serie di disturbi fastidiosi dei quali i medici, all’inizio, non sapevano darsi conto; fino a quando il male rivelò il suo vero volto: una mielosi infiammatoria alla spina dorsale che dopo qualche tempo si rivelò di natura irreversibile. E qui cominciò il suo calvario. 

Abituato a lavorare e a programmare con molto anticipo i suoi interventi, cominciò a rendersi conto che il suo male gli cambiava la vita e lo obbligava a ritmi molto più lenti e a grandi fatiche per ottenere quello che prima era semplice e naturale. Molto presto cominciarono disturbi, soprattutto nella deambulazione, e dovette smettere di guidare; e questo gli costava moltissimo perché gli rendeva difficile compiere l’apostolato della Messa festiva e delle confessioni nella parrocchia dove andava regolarmente il sabato e la domenica.

D’accordo con il parroco, però, i fedeli gli vennero incontro e passavano a prenderlo in macchina e lo accompagnavano in chiesa; gli ultimi mesi lo sostenevano anche fisicamente, perché potesse celebrare senza cadere; il sabato sera e la domenica, dopo la sua Messa, era sempre a disposizione per le confessioni: specialmente negli ultimi mesi, quando la malattia si era fatta più aggressiva, il suo confessionale era sempre affollato.

Di fronte alla malattia assunse un duplice atteggiamento: quello di una volontà caparbia e ostinata di lottare e di percorrere tutte le strade che gli potevano aprire un raggio di speranza se non di una guarigione, almeno di una vita in cui potesse ancora mettere a disposizione i talenti che Dio gli aveva donato; aveva una inesauribile voglia di vivere…; ma dall’altra parte viveva nella consapevolezza di dover mettere in conto anche le prospettive più negative, per cui pregava che il Signore gli desse la forza di fare, a qualunque costo, la Sua volontà.

Sul suo tavolo di lavoro, davanti al computer, come anche nei punti “strategici” dello spazio in cui ultimamente si svolgeva la sua vita, aveva incollato una preghiera di offerta che ripeteva con frequenza: era contemporaneamente un atto di fede e di offerta che manifestava il suo consegnarsi ai disegni misteriosi della volontà di Dio, ma era anche il gesto di chi crede nella speranza contro ogni evidenza: si poteva dire di lui quello che Paolo dice di Abramo: “Al di là di ogni speranza credette saldo nella speranza” (Rm 4,18).  

ALCUNE CARATTERISTICHE DI DON BARTOLINO
Vorrei concludere questo breve profilo con la testimonianza di un confratello che gli fu vicino nei momenti della salute e del lavoro creativo, come in quelli della malattia e del graduale disfacimento del suo corpo mortale. 

«Ricordo il grande entusiasmo, la passione che don Bartolino aveva per le cose belle, significative, convincenti, funzionali a un determinato progetto, anch’esso significativo. Il suo criterio di giudizio era sostanzialmente la verità; non la verità astratta, quella dei libri e dei trattati: ma la verità dell’uomo e per l’uomo, visto nel disegno di Dio, in Cristo Gesù; la verità che traspare dal Vangelo.Al centro di tutto, infatti, stava sempre Gesù e solo Gesù, il Figlio di Dio, l’unico Salvatore di tutto l’uomo e dell’intera umanità. Nel suo amore verso Gesù gli è stata di guida la sincera e forte devozione alla Vergine Maria.  Don Bartolino è stato sempre un lavoratore del Regno convinto, entusiasta, impegnato a tempo pieno. Non un lavoratore solitario e isolato, ma capace, anzi desideroso di incontro, di confronto e di compagnia. Lavorare con lui arricchiva e ti apriva a panorami nuovi e inediti. Mai superficiale e banale e, soprattutto, sincero nelle parole e nei fatti. Di lui si potevano ripetere le parole che Gesù spese per definire l’apostolo Bartolomeo (era questo il santo del quale don Bartolino celebrava l’onomastico): “Ecco davvero un israelita in cui non c’è falsità”».

Don Bartolino è stato un grande devoto di Maria e un propagatore del Rosario. Se volessimo paragonare la sua vita alla preghiera del Rosario, potremmo dire che ha vissuto con entusiasmo e generosità i misteri della gioia, della luce e della gloria nei giorni del lavoro apostolico e della creatività; e ha saputo reagire ai misteri del dolore e della sofferenza come un vero lottatore, nei giorni in cui gli attacchi del male hanno insidiato la sua esistenza, fino a quando, con un grande atto di fede, non si è consegnato nelle mani di Dio. 

Leumann, 09 luglio 2007 

lettera da Zanettin (Poxoreo Brazil)

Giugno 24, 2008 di amicinave2008

Cari amici , sará una notizia breve , ma importantissima per le possibilitá che puó offrire                     alla scuola di Disegno e Pittura e per i nostri alunni e per la stessa Poxoréu.La societá cardiologica del Brasile usa il mese di Aprile per un convegno di aggiornamento,feste,simposi,relazioni e novitá tecniche ( sempre sul cuore ) e ci hanno messo a disposizione il loro centro congressi in San José di Rio Preto ( S.Paolo ) i giorni 11 e 12 Aprile …  con alloggio e ció che ci occorre.I medici sono di tutte due le Americhe e sono giá in lista 650 chirurghi del cuore.Noi esponiamo 100 tele ad olio che in parte abbiamo e in parte le stiamo facendo.Abbiamo tutto per lo spostamento e verranno le alunne per preparare in loco la mostra.Qualcuno puó credere alla Scaramanzia , noi crediamo alla Provvidenza…che finora non ci ha mai tradito e voi che farete ?  ….TIFO !         Il chirurgo -capo di questa associazione ha giá comprato un quadro ed é nostro fans …speriamo in bene!

 

    Un abbraccio dai soliti due “ squinter… “ ! …

                                                                                         Renato e Giovanna.

Dibattito sul ‘68

Giugno 24, 2008 di amicinave2008

Inserisco contributi al dibattito sul ‘68 giunti nei mesi scorsi da diverse fonti (Guzzoni – Gusmini – Bajo…)

IL SESSANTOTTO

Non sono molte le date della storia che hanno dato il nome al fenomeno che in quel momento si è manifestato ed anche ai suoi protagonisti, o ai suoi attori: è accaduto al Sessantotto e ai suoi epigoni, i sessantottini.

Un nome che rinuncia alla definizione non è propriamente una buona partenza per una voce di dizionario ma, d’altra parte, permette una analisi “aperta”, ossia senza pre-giudizi, di un fenomeno storico per molte ragioni ancora “attuale” sotto il profilo culturale e ideologico.

Delimito quindi l’analisi al Sessantotto italiano, senz’altro il più lungo sotto il profilo temporale e il più significativo dal punto di vista sociale e politico: il più lungo, perché mentre l’evento-simbolo del Sessantotto, ossia la rivolta del Maggio francese, con gli scontri all’Università della Sorbona, le barricate al Quartiere Latino e il blocco di ogni attività produttiva, perde rapidamente consistenza e vitalità, la stagione del Sessantotto italiano dura, con alterne vicende, fino al 1977; il più significativo, perché la pur imponente contestazione giovanile statunitense (che in realtà emerge già nel 1964 all’Università di Berkeley) manca di un definito progetto politico, mentre la Primaveradi Praga e altri movimenti di ribellione nei Paesi dell’Est comunista si scontrano subito con le particolari “attenzioni” dei carri armati Sovietici.

In Italia, invece, la contestazione ingrossa rapidamente le sue fila e viene presto innervata ed egemonizzata da nuclei e gruppi animati dall’ideologia socialcomunista, che organizza la lotta violenta al sistema.

I prodromi della rivolta

Come ha osservato Eric Voegelin, i fenomeni messanico-rivoluzionari di massa sono preparati da situazioni sociali di profonda inquietudine, che costituiscono il terreno di coltura dell’ideologia, intesa come sistema di miti che promette il raggiungimento della felicità “secolarizzata”, cioè totalmente infraterrena, attraverso l’azione politica.

Il fenomeno del Sessantotto italiano si sviluppa propriamente a partire da una diffusa situazione di insoddisfazione, soprattutto giovanile, derivante dalla disgregazione dei valori dominanti, progressivamente erosi da un modello di “società opulenta” incapace a sua volta di rispondere ad attese di profilo diverso dall’innalzamento del livello materiale di vita, peraltro ottenuto attraverso un disordinato processo di industrializzazione e di allargamento artificioso dei consumi, che aveva portato rapidamente ad una squilibrata espansione delle periferie urbane del Nord Italia e allo sradicamento culturale di ampie fasce della popolazione italiana.

In questo humus sociale carico di insoddisfazione e insieme di attesa di un “mondo nuovo”, liberato da costrizioni e ingiustizie, cresce il rifiuto della new wave of life vagheggiata dalla cultura liberal-illuminista predominante in Occidente, e accanto alle ribellioni comportamentali comincia a diffondersi, anche grazie alla paziente e spregiudicata opera di molti “cattivi maestri”, l’utopia della Rivoluzione comunista.

I due volti del Sessantotto: rivoluzione “in interiore homine” e rivoluzione politica.

Il carattere unitario del Sessantotto non va perciò ricercato in fenomeni di superficie, quali le occupazioni universitarie o le manifestazioni studentesche che ingenerano anche oggi ricostruzioni reducistiche da parte di nostalgici protagonisti (su tutte emblematica per faziosità quella di Mario Capanna, nel suo pamphlet Formidabili quegli anni, bensì in quella atmosfera di idee e di sentimenti che viene diffusa nel mondo giovanile fino a diventare culturalmente dominante.

Si tratta, in altri termini, di una Rivoluzione culturale, che ha espresso due tendenze fondo, e che possono essere così schematizzate:

- la prima tendenza può essere definita rivoluzione in interiore homine, che mostra il volto del Sessantotto a livello dei comportamenti individuali e collettivi; il tipo che la incarna è il rivoluzionario d’elezione: “la mia vita come rivoluzione”. Egli opera la rivoluzione rovesciando lo stile di vita dell’uomo naturale e cristiano, in un processo di progressiva distruzione di ogni legame vitale (con Dio, con gli altri uomini e con se stesso) fino all’esito coerentemente drammatico dell’autodistruzione attraverso la tossicodipendenza o il suicidio;

- la seconda tendenza si manifesta nella rivoluzione politica, che mostra il volto del Sessantotto a livello macrosociale: il tipo antropologico che lo incarna è il rivoluzionario di professione: “la mia vita per la Rivoluzione”. Egli realizza il suo progetto attraverso due vie: la lotta politica (anche) violenta; la lotta politica armata, cioè il terrorismo.

Queste due tendenze percorrono, talvolta intersecandosi e confondendosi, tutta la storia del Sessantotto, per ripresentarsi emblematicamente unite in quel “Movimento del ‘77″, che rappresenta il momento ultimo della contestazione giovanile. Ma l’unione ha vita breve: l’ala “desiderante”, che si esprime, per esempio, negli “indiani metropolitani”, svanisce nell’autodistruzione personale, nella droga e nel nichilismo; l’ala violenta, invece, espressa dall’area di Autonomia, sancisce il proprio fallimento andando a ingrossare le fila dei gruppi terroristici, nel frattempo decimate dagli arresti e dalle defezioni.

La tendenza che si manifesta nella ribellione politica ha assunto in Italia un ruolo preponderante. Il momento è favorevole: il desiderio di costruire il mondo nuovo e perfetto, liberato dalla ingiustizia e dalle disuguaglianze, trova nella teoria rivoluzionaria di Marx e di Lenin sia il modello utopico del futuro che la “tecnica”, cioè l’azione politica, per costruirlo infallibilmente. L’ideologia si arricchisce nel contempo di miti che, sapientemente propagandati, rafforzano la “fede” nella vittoria della Rivoluzione: la Resistenza, i vietcong, la guerriglia del Che Guevara e di Marighella, la Cinadi Mao.

In questo clima culturale nasce e si moltiplica il “rivoluzionario di professione”: nelle scuole e nelle fabbriche si aggregano e si disgregano in continuazione gruppuscoli di rivoluzionari.

Se l’eclissi dei valori tradizionali aveva progressivamente prodotto, dalla fine degli anni Cinquanta, i fenomeni di disgregazione del corpo sociale e quindi una atmosfera di profonda insoddisfazione e, insieme, di desiderio di un “mondo nuovo”, la nuova aggregazione attorno all’ideologia marxista-seppure ispirata a figure diverse, da Lenin a Mao, da Trotskj al Che- rifiuta il confronto con la realtà e, secondo un processo che aveva già caratterizzato la rivoluzione francese, produce teorie e slogan, afferma ciò che non può essere dimostrato, esorcizza il dissenso. In altri termini, produce miti da trasportare nella realtà per costringerla ad adeguarsi alle “analisi” distillate nei pensatoi rivoluzionari.

Si tratta di un dinamismo artificiale, perché produce esso stesso le affermazioni inverificabili e gli slogan che muovono all’azione gli attivisti; così lo descrive Marco Barbone, ex terrorista pentito, in una intervista – confessione raccolta da Avvenire: “[...] noi esistevamo e ci rapportavamo in base a discussioni politiche. Era il nostro universo, il microcosmo (cosa che verrà drammaticamente accentuata nelle organizzazioni combattenti), l’orizzonte dell’esistenza”.

Il pensiero viene “socializzato”, con il risultato che la politica diventa il mezzo infallibile per fare giustizia. Sabino Acquaviva, sociologo, nel suo Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia ricorda le parole rivoltegli da uno studente; “Tu non potrai mai capire – diceva – la sensazione di dominare il mondo, di fare definitivamente giustizia nel mondo, una piccola e specifica ma definitiva giustizia, colpendo chi si è macchiato di tanti delitti”.

Identificando etica e politica, il “rivoluzionario di professione” ha l’obbligo morale di fare trionfare i postulati dell’ideologia con qualsiasi mezzo. La mitologia della Resistenza fornisce gli esempi dell’”antifascismo militante” e così, tra la teorizzazione dell’annientamento fisico dell’avversario, l’atto di violenza e, in seguito, l’azione terroristica, non vi è soluzione di continuità: l’ideologia giustifica ogni comportamento e lo eleva ad atto morale.

Se qualcuno solleva problemi di coscienza, Lenin ne I compiti delle associazioni giovanili risponde per tutti: “Ma esiste una morale comunista ? Esiste un’etica comunista? Certo, esiste [...] per noi la moralità dipende dagli interessi della lotta di classe proletaria”.

Altri fattori si possono certamente invocare per comprendere quanto accadde: la tragedia della guerra tra giovani e la logica della ritorsione, le parole dei sapienti maestri dell’ideologia e degli utili idioti del momento, l’inerzia colpevole e la connivenza dell’autorità politica. Ma, anche senza negare la loro importanza, tali fattori non danno ragione del vero e proprio mutamento antropologico, che si è realizzato in quanti hanno incarnato l’ideologia del Sessantotto.

L’ “altro” Sessantotto.

Accanto alla contestazione di sinistra il Sessantotto in Italia conosce anche altri protagonisti, dal momento che il fenomeno rivoluzionario, pur diventando preponderante attraverso le sue avanguardie numerose e violente, non esaurisce lo scenario giovanile che, accanto alla larga maggioranza dei passivi, è composto altresì dalla contestazione di destra.

La destra giovanile, essenzialmete studentesca e aggregata inizialmente attorno alla contestazione al sistema, entra ben presto in antitesi con il progetto egemonico dei movimenti delle sinistre, e si caratterizza quindi come reazione anticomunista, individualista e antiegualitaria all’ideologia marxista, che si ridurrà progressivamente alla tragica guerra tra giovani, innescata dalla sistematica demonizzazione del “fascista” e quindi costellata da sanguinosi episodi di violenza.

Il comprensibile atteggiamento reazionario del “Sessantotto di destra” ne svela tuttavia il grave limite, ossia l’incapacità di elaborare e proporre un modello esistenziale e culturale diametralmente opposto al fronte libertario e marxista leninista, ma anche alternativo a quello proposto dalla cultura dominante, capace quindi di proporsi quale scuola di vita e di nuova civiltà.

Né, d’altra parte, migliore è la sorte del mondo cattolico che, frastornato dall’ “aggiornamento” conciliare e soffocato politicamente dall’egemonia democristiana, si lascia sedurre dall’utopia marxista: i suoi quadri dirigenti abbandonano in larga parte la Chiesae la base giovanile finisce in buon numero ad ingrossare le fila dei rivoluzionari di professione.

Il movimento cattolico, pertanto, perde nel Sessantotto un’occasione storica: di fronte alla debolezza della cultura liberal-illuminista e all’aggressione intellettuale e politica della rivoluzione marxista rinuncia a prendere l’iniziativa ed entra a sua volta “in crisi”, perde la memoria dell’originale pensiero cristiano, abbandona la dottrina sociale della Chiesa e diventa subalterno all’analisi sociale marxista, assumendo un atteggiamento di inferiorità culturale che ancora oggi produce i suoi effetti desolanti.

Il Sessantotto come Rivoluzione culturale.

Il Sessantotto si presenta quindi, nel suo aspetto più profondo, come una Rivoluzione culturale, che ha inciso sul costume e sui comportamenti sociali molto più che sulla politica.

Certamente il desiderio di un mondo nuovo, ossia l’aspetto utopico della contestazione, è stato sepolto insieme alle numerose vittime degli anni di piombo, e si è capovolto nella tragica disperazione di chi più intensamente ha creduto ai miti dell’ideologia e li ha visti dissolversi tra le “urla dal silenzio” delle vittime dell’esperimento comunista, oppure nel fallimento esistenziale dell’utopia libertaria.

Tuttavia, se l’utopia libertaria e l’ideologia marxista si sono frantumate nel confronto con il reale, la generazione del Sessantotto ha smarrito anche la memoria di quel patrimonio di verità individuali e sociali contenuto nella tradizione cristiana e già sfigurato dai modelli liberali e illuministici della “società opulenta”.

In questo modo, la secolarizzazione laicista è avanzata rapidamente anche in Italia ed ha potuto tenere il campo indisturbata, saldando in un’unica egemonia culturale progressista tanto le tendenze libertarie che quelle socialcomuniste, orfane del mito messianico-rivoluzionario.

D’altra parte, il Sessantotto ha mostrato inequivocabilmente l’incapacità della modernità, con il suo arsenale ideologico, di fornire risposte significative alla sua deriva nichilista, ed ha quindi reso evidente per contrasto l’esistenza di una alternativa reale alla dissoluzione personale e sociale: alternativa culturale e politica, questa, nè utopistica nè relativista, e percorribile attraverso la riscoperta dei valori che fondano l’uomo naturale e cristiano e la sua civiltà.

Enzo Peserico

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Anche tralasciando l’innumerevole produzione di articoli e filmati, la bibliografia sul Sessantotto è molto vasta. Segnaliamo quindi soltanto alcuni testi di orientamento.

Sulla storia del Sessantotto si veda: M. Brambilla, Dieci anni di illusioni – Storia del sessantotto, Rizzoli, Milano 1994; dello stesso autore, L’eskimo in Redazione. Quando le Brigate Rosse erano “sedicenti”, Ares, Milano 1991, significativa documentazione del ruolo assunto dalla “Repubblica delle lettere” nell’affermazione della rivoluzione culturale del Sessantotto.

Per una documentata analisi dei principali episodi di violenza e di terrorismo si veda A. Baldoni e S. Provvisionato, La notte più lunga della Repubblica. Sinistra e destra. Ideologie, estremismi, lotta armata (1968 – 1989), Serarcangeli 1989. L’opera contiene anche una discreta bibliografia sull’argomento.

Per approfondire il fenomeno del Sessantotto come rivoluzione culturale:

Sabino S. Acquaviva, Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia, Rizzoli, Milano 1979; AA.VV., Dov’è finito il ‘68? Un bilancio per gli anni 80, Ares, Milano 1979; si veda anche il mio Gli “anni del desiderio e del piombo”, in Quaderni di Cristianità, anno II, n° 5, Cristianità, Piacenza 1986.

 

 

Lettera di Giorgio Pontiggia per la Pasqua

Maggio 31, 2008 di amicinave2008

 

LETTERA DA PUGNIDO PER LA SANTA PASQUA 2008:
MORTE E VITA NELL’ACQUA.

Carissimi Famigliari, Confratelli, Benefattori, Amici,
quest’anno voi celebrate la Pasqua il 23 marzo, noi la celebreremo il 27 aprile.
La nostra mente e il nostro cuore sono attratti dai grandi eventi della Risurrezione di Cristo e del dono dello Spirito Santo. E insieme ripensiamo tutta una Storia passata e presente, tutta una esistenza personale e comunitaria immersa nell’Acqua che ci purifica, ci salva, ci dà vita.
Qui a Pugnido questa esperienza del significato dell’acqua ci accompagna ogni momento.
Ora la foresta e i campi sono tutti bruciati dall‘arsura e dal fuoco. Non sembra vero che tra poche settimane, quando verrà la pioggia, tutto rinverdirà.
Ma insieme a questa vita l’acqua nasconde la morte. Le piene del fiume Ghilo e le inondazioni causano annegamenti, distruggono capanne e coltivazioni.
Il nostro piccolo Obang giocava appena dentro il fiume e un coccodrillo lo ha azzannato e portato via per sempre. La reazione è ‘silenziosa’. La morte qui è vissuta in un modo tutto speciale. Si dimentica. Ho chiesto alla mamma se voleva la fotografia del bambino. Ha risposto: ‘Aspettiamo’. Accanto alla nuova chiesa abbiamo il terreno per il cimitero. Stiamo proponendo l’insegnamento del Vangelo circa la morte, la risurrezione, il ricordo e la preghiera per i Defunti… Ci vorrà tempo.
Ma l’acqua è soprattutto vita. Per questo scaviamo pozzi di acqua potabile, acqua pulita per la pulizia. L’alternativa per la gente e’ l’acqua del fiume o delle pozzanghere, causa di infezioni, malattie e morte. Il primo aiuto che diamo ai nostri bambini, ai giovani dell’Hostel e alla gente del villaggio e dei campi profughi è la disponibilità di acqua sicura.
Con l’acqua possiamo sostenere programmi di agricoltura e forestazione.
Tocchiamo con mano che, come dice il Salmo, dove giunge l’acqua ‘tutto canta e grida di gioia‘.
E il nostro lavoro missionario tende a far trovare la vera gioia e la vita senza fine nell’Acqua della Fede e del santo Battesimo.

IL 23 FEBBRAIO COMPIO 65 ANNI.

Quand’ero piccolo (!) la mia nonna Cecchina mi dava la rivista ‘ Il Piccolo Missionario’. Dapprima potevo guardare solo le figure e i fumetti, poi ho incominciato a leggere i racconti, le lettere… E’ certamente anche per questo che da più di diciassette anni sono qui in Etiopia a fare il piccolo missionario. Sostenetemi con la vostra preghiera.

Ricordate che ogni giorno noi preghiamo per voi con i nostri bambini e che il 24 di ogni mese celebriamo la santa Messa per tutti voi.

QUI IN ETIOPIA E’ LA PASQUA DEL 2000.

La nuova chiesa dedicata a Gesù Bambino, il Dio-con-noi, sta crescendo. Siamo ormai al tetto. Ringraziamo i Benefattori che hanno già risposto all’invito di contribuire alla costruzione e all’arredamento della Chiesa.

E’ ancora possibile dedicare

le Sedi per il Celebrante e i chierichetti (euro 350), le panche per i fedeli (euro 250 ciascuna), le tavole della Via Crucis (euro 50 ciascuna) e i 2 confessionali (euro 250 ciascuno). Per la costruzione: contributo libero.

Tutti i nomi dei Donatori verranno scritti su un ALBO D’ORO da conservare nella Chiesa.
A richiesta, verranno applicate targhe con i nomi dei Donatori o dei Defunti che si vogliono ricordare. Sul bollettino dell’offerta o con lettera a parte, comunicate la destinazione del versamento.
Con Giancarlo, i bambini, i giovani dell’Hostel e tutte le famiglie di Pugnido e delle stazioni missionarie vi auguriamo:

DIO PADRE, CHE FA RISORGERE DALLA MORTE IL SIGNORE GESU’ E INSIEME CON LUI DONA LO SPIRITO SANTO, RIEMPIA I VOSTRI CUORI E LE VOSTRE CASE CON LA GIOIA DELLA PASQUA!

Abba Giorgio e Giancarlo.

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RECAPITI

Lettere e pacchi: Abba Giorgio – Don Bosco – P.O.B. 77 – GAMBELLA – ETHIOPIA
TELEFONO DI PUGNIDO: 00251 47 46 50 148
Telefono: cellulare: 00251 917 82 10 90 (solo quando mi trovo a Gambella)
Comunità Salesiana di Gambella: 00251 47 55 11 4 06
Conto bancario a Gambella: n. 13102 intestato a Pontiggia Giorgio and/or Archetti Giancarlo.
Commercial Bank of Ethiopia, Gambella Branch, Codice: CBETETAA
Conto corrente postale: 36 88 50 28: Fondazione Don Bosco nel mondo – Ramo beneficenza -ONLUS – via della Pisana 1111 – 00139 ROMA – CON LA CAUSALE: DON GIORGIO PONTIGGIA, ETIOPIA.
Conto bancario in Italia: Fondazione Don Bosco nel mondo – Ramo beneficenza -ONLUS – via della Pisana 1111 – 00139 ROMA – CCB 3263199 – Banca Intesa, Fil.ROMA 12- Cin P-Abi 03069 – CAB 05064- CON LA CAUSALE: DON GIORGIO PONTIGGIA, ETIOPIA.

La poesia di Remo Bracchi

Maggio 31, 2008 di amicinave2008

L’incontro del 2 giugno a Parma ha ispirato

a don Remo Bracchi la seguente poesia:

 

 

Gli stessi e diversi

 

E tutto è rimasto qual era

a fiore del vento sospeso,

così come un giorno che mai scorre a sera,

in volo gabbiano che più non ha peso.

 

Le stelle non hanno frontiera

nel sogno che pencola teso

fra quello che è stato, fra ciò che si spera,

nel tempo trascorso e che irrompe già atteso.

 

Fu come specchiarsi a fontana

che mormora il canto d’allora,

di luce rifranta d’un’alba lontana.

 

Immota, ma un’ala la sfiora,

smarrita su tenebra arcana:

la stessa e diversa, che fu e non è ancora.

 

                                                               Firenze, 06 giugno 2005

incontro di nave del 2 giugno 2008

Maggio 31, 2008 di amicinave2008

Ecco il programma preparato da quel formidabile organizzatore che corrisponde al nome di Giacomino Melli!

Invito

alla quarta rimpatriata degli Amici delle scuole di Chiari e Nave.

 

                                                                                                                                                                            Maggio 2008

Carissimi,

eccoci finalmente al nostro quarto incontro istituzionale: lunedì 02 giugno 2008 ci ritroveremo festanti e solidali nella casa salesiana di Nave[1] dove don Vincenzo Biagini e i suoi confratelli ci accoglieranno in totale amicizia e fraternità. Li ringraziamo anticipatamente della disponibilità.

Avremo così modo di rivedere quello studentato che ci ha ospitato e di cui siamo stati protagonisti negli anni più impegnativi della nostra giovinezza.

 

Programma della giornata:

 

ore 9.00-10.00                arrivo e accoglienza[2]

ore 10.00                        in Aula Magna Lectio magistralis di don Giovanni Spinelli (della durata di mezz’ora su un tema interessante cui seguiranno eventuali interventi di varia natura)

Ore 11.30                       Santa Messa concelebrata dai sacerdoti presenti

Ore 12.15                       aperitivo

Ore 13.00                       pranzo in un tipico ristorante della zona (costo € 35 circa)

Ore 15.30                       partenza dei partecipanti al soggiorno c/o Carisolo e saluti (se raggiungeremo un congruo numero saliremo in Trentino per una settimana. Il costo della pensione completa è di € 35

al giorno)

 

Si prega di confermare con solerzia sia per il pranzo che per il soggiorno a Carisolo a mezzo mail a Gianfranco Ferrari (gianfranco.ferrari5@gmail.com)

o telefonando a Giacomino Melli (333 1323057).

Il passaparola sarà molto gradito affinché il rendez-vous sia sempre più partecipato e veda anche nuove presenze.

 

 

Un grande abbraccio e a presto!

 

Gianfranco e Giacomino



[1] A Nave sono disponibili alcune stanze per chi vorrà pernottare la sera del 01 giugno.

[2] Per chi viaggia con mezzi pubblici, davanti alla stazione di Brescia c’è un bus della linea 7 che porta a Nave. Informazioni ed orari all’800 013812 o allo 030 3061527.

Orari di massima da verificare:

da Brescia a Nave        07.40; 09.27; 10.20.

da Nave a Brescia        15.08; 16.08; 17.08; 18.08; 19.08.

Viaggio a Roma

Maggio 30, 2008 di amicinave2008

Ecco il resoconto del viaggio romano… Siamo partiti…